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LA SINDONE SECONDO MARIA VALTORTA

Scritto da Servire l'Italia. Inserito in Servire l'Italia

Supplemento di Ugo Bertolami al libro di Vincenzo Cerri
“La S. Sindone e le intuizioni mistiche di Maria Valtorta”


Premessa

Don Vincenzo Cerri pubblicò in proprio, per una tiratura di poche copie, questo bel libro dedicato alla Sindone secondo la descrizione che Maria Valtorta fa della Passione di Gesù. Io potei averne una copia grazie a Mario Cerri, nipote dell’Autore, che mi indirizzò ad una persona la quale conservava quella copia come oggetto sacro.


Pressoché sconosciuto in Italia, il libro mi era stato segnalato da un appassionato lettore della Valtorta di lingua inglese. Per una strana sorte, infatti, qualcuno ne aveva curato la traduzione e la pubblicazione in quella lingua. Sembra che l’edizione inglese avesse avuto anche una discreta diffusione. Qualche copia si può ancora acquistare online.


Dopo quasi quarant’anni, come un emigrato che torni in patria, il libro ora ricompare in Italia.


Nel 1978, quando fu pubblicato, non esisteva quasi il concetto di diffusione globale che ha portato la rete di Internet, con tutti i suoi pregi e difetti. Lo testimonia la sua grafica, tutta basata su disegni in bianco e nero, che riportano a quel periodo.


Dopo averlo letto, mi sono chiesto che cosa potesse ancora dire, dopo così tanto tempo, il libro di Don Cerri. A parte il fatto di essere forse l’unico libro che tratta l’argomento della Sindone sotto la specifica angolazione valtortiana, può un libro come questo reggere il passo con le innumerevoli pubblicazioni sulla Sindone che si sono succedute dagli anni settanta ad oggi e che si basano su esperimenti effettuati con i più sofisticati strumenti scientifici? La risposta è affermativa, in quanto Cerri, sacerdote cattolico, ci descrive la Sindone da credente, facendoci capire ciò che può servire alla nostra labile fede.


I limiti della sua trattazione, chiariti nella prefazione, lo hanno messo in parte a riparo da quella certa “ansia da prestazioni scientifiche” che ha coinvolto molti autori moderni, troppo indaffarati a fare controlli di laboratorio su un oggetto che, per sua natura, non ne richiederebbe in quanto opera di Dio. Sarebbe fuori luogo, dunque, non rispettare tali limiti con un supplemento che avesse lo scopo di aggiornare il testo alle nuove indagini, così piene di “effetti speciali”: sarebbe come paragonare un vecchio telefono ad un moderno tablet.


Detto questo, però, finito di leggere il libro, sono rimasto perplesso per il fatto che non venisse fatta menzione di quella che sembra esser diventata la materia del contendere tra credenti e non credenti: trovare le prove scientifiche di come si sia formata l’immagine sindonica.


La formazione
dell’immagine sindonica


II Cerri, come detto, stranamente non ne tratta, limitandosi ad un accenno nel capitolo introduttivo (pag. 11 della presente nuova edizione). La cosa appare strana, in quanto negli scritti valtortiani se ne parla in più punti. Per esempio, non solo con la cruda e poetica frase, tratta da “I quaderni del 1943”, che il Cerri riporta a pag. 22: la Sindone dove il sudore della mia morte ha impresso il segno del mio dolore, sofferto per l’umanità; ma anche, e più diffusamente, nell’opera maggiore, dove Gesù dice alla Valtorta:


«…Tu l’hai vista la corona di lividi che stava intorno ai miei reni. I vostri scienziati, per dare una prova alla vostra incredulità rispetto a quella prova del mio patire che è la Sindone, spiegano come il sangue, il sudore cadaverico e l’urea di un corpo sopraffaticato abbiano potuto, mescolandosi agli aromi, produrre quella naturale pittura del mio Corpo estinto e torturato.


Meglio sarebbe credere senza aver bisogno di tante prove per credere. Meglio sarebbe dire: “Ciò è opera di Dio” e benedire Iddio che vi ha concesso di avere la prova irrefragabile della mia Crocifissione e delle precedenti torture!


Ma poiché, ora, non sapete più credere con la semplicità dei bambini, ma avete bisogno di prove scientifiche - povera fede, la vostra, che senza il puntello e il pungolo della scienza non sa star ritta e camminare - sappiate che le contusioni feroci delle mie reni sono state l’agente chimico più potente nel miracolo della Sindone. Le mie reni, quasi frante dai flagelli, non hanno più potuto lavorare. Come quelle degli arsi in una vampa, sono state incapaci di filtrare, e l’urea si è accumulata e sparsa nel mio sangue, nel mio corpo, dando le sofferenze della intossicazione uremica e il reagente che trasudando dal mio cadavere fissò l’impronta sulla tela. Ma chi è medico fra voi, o chi fra voi è malato di uremia, può capire quali sofferenze dovettero darmi le tossine uremiche, tanto abbondanti da esser capaci di produrre un’impronta indelebile». (Valtorta 613.7)


Possibile che Cerri non conoscesse questo “dettato”?


È vero che comunque il meccanismo di formazione dell’impronta rimane un mistero, ma è altresì vero che molti ricercatori attribuirono l’imbrunimento superficiale della Sindone alla reazione dell’urea con gli aromi (aloè e mirra) proprio come Gesù dice alla Valtorta.

 


Da Vignon a Intrigillo


Per far capire cosa intendesse Gesù con questa straordinaria rivelazione, e le sue dirette conseguenze, faccio un breve resoconto delle indagini scientifiche avvenute prima e dopo il 1944, che è l’anno del “dettato”.

Una delle prime ipotesi scientifiche fatte per spiegare la strana pigmentazione dell’immagine sindonica fu quella di Paul Vignon (professore di biologia dell’Institut Catholique di Parigi). Questi, nel 1902, sperimentalmente dimostrò che si poteva ottenere quel tipo di pigmentazione esponendo una tela di lino simile all’originale in presenza di aloè, mirra e vapori di urea. Questa ipotesi è conosciuta col nome di teoria vaporigrafica.

Vignon rimase sempre convinto di tale ipotesi e nel 1938 scrisse:

…Il colonnello Colson e io abbiamo, trentacinque anni fa, offerto, come si sa, una teoria che nessun’altro ha tentato di sostituire. La ricordo.

I vapori, avevamo detto e diciamo ancora, esplicano la loro azione. Essi fanno imbrunire una sostanza di cui il lenzuolo era impregnato. Agiscono al contatto, agiscono soprattutto quando c’è una pressione, vale a dire quando il contatto è perfetto. Agiscono in misura proporzionale inversa man mano che la distanza del lenzuolo dal corpo diviene più grande. Dopo un certo intervallo l’azione cessa.

Abbiamo definito i vapori: si tratta di vapori ammoniacali umidi che provengono dalla fermentazione dell’urea che abbonda nel sudore del torturato e di chi ha la febbre… Ah! Se noi avessimo fatto un errore su questo punto, la tesi crollerebbe: il sudario non cesserebbe di essere vero, ma sarebbe radicalmente inspiegato e si cercherebbe invano la causa dell’imbrunimento. Ma le osservazioni che abbiamo continuato a effettuare mantengono la validità della tesi: la somiglianza del caso di una morte di questo genere con quella di Cristo costituisce la materia che i vapori impressionano: si tratta di un misto, che oggi ritengono pulverulento, di aloe e di mirra, misto in cui uno dei componenti, l’aloe, imbrunisce sotto l’azione dei vapori e si fissa contemporaneamente sulla stoffa. E quando parlo di aloe, intendo l ‘aloe vera, l ‘aloe medicinale: quella che un tempo era ritenuta un antiputrivo, proprio come la mirra. Vedremo che l’agalloche, o legno d’aloe, non entra in causa. Infine, a trentacinque anni di distanza, quello che è per una teoria la vecchiaia, questa continua a reggersi. Sono stati certamente dei vapori ad agire: visto l’immagine negativa, evanescente. Essi postulano il resto: sudore febbrile, ammoniaca e aloe (Vignon E, Le Sainte Suaire de Turin devant la science, l’archéologie, l’histoire, l’iconographie, la logique, Paris 1938).

I ricercatori successivi abbandonarono l’uso dei vapori fatti dal Vignon per metodi a secco o umidi, dove la reazione delle sostanze avvenisse per contatto.

Il prof. Ruggero Romanese, direttore dell’istituto di Medicina Legale dell’università di Torino, che nel 1939 rielaborò la teoria di Vignon, servendosi dapprima di calchi di gesso e di cera e, successivamente, di cadaveri umani, trattati con polvere di aloe e mirra e soluzione fisiologica, ottenne risultati significativi.

In modo analogo, il prof. Giovanni Judica-Cordiglia, libero docente di Medicina legale dell’università di Milano, ottenne, intorno al 1940, immagini sperimentali del volto sindonico. Il ricercatore notò pure come le immagini avessero bisogno di molto tempo (anche anni!) per apparire, anche se gli aromi potevano accelerarne la comparsa.

Il medico siracusano Sebastiano Rodante ripeté le esperienze di Vignon, Romanese e Judica-Cordiglia cercando di mettersi nelle condizioni più vicine a quelle originali: sia perché Siracusa, trovandosi sullo stesso parallelo di Gerusalemme, ha condizioni climatiche simili, sia perché Rodane usò come sito per i suoi esperimenti grotte naturali del posto, simili al sepolcro.

Nel 1980 anche don Gaetano Intrigillo realizzò impronte sperimentali utilizzando teli precedentemente immersi in soluzione acquosa di aloe e mirra, posti su un volto in creta, fornito di capelli, barba e baffi umani, spruzzato con sudore e sangue, cosparso di colature ematiche e circondato da una mentoniera.

La figura accanto mostra una delle immagini ottenute da Intrigillo.

Nessuno di questi metodi ha potuto comunque riprodurre in modo soddisfacente tutte le particolarità della Sindone. Perciò col tempo queste teorie sono state abbandonate.

Lo studioso Baima Bollone, autore di molti saggi sulla Sindone, nel suo bel libro “Sindone, la prova”, anche riconoscendo la validità delle teorie del Vignon, scrive:

…Occorre riconoscere che la teoria vaporigrafca di Vignon riesce a spiegare perché sulla Sindone, disposta sia sopra sia sotto il cadavere, si sia prodotta un’immagine ortogonale, senza deformazioni, con contorni nitidi e priva di sbavature. Tuttavia la teoria vaporigrafica ha provocato alcune obiezioni difficilmente superabili. Si è infatti osservato che la trasformazione dell ‘urea del sudore in carbonato di ammoniaca non si determina subito dopo la morte, anche se la presenza di aloe e di mirra può accelerarla. Inoltre l’evaporazione non è in grado di produrre effetti così fini e localizzati da disegnare con precisione l’impronta di un corpo. Va aggiunto che la diffusione dei vapori cadaverici non è mai esattamente ortogonale, ma ha invece una distribuzione nelle diverse direzioni dello spazio. Infine il quantitativo di urea evaporato dalla cute del cadavere attraverso il sudore ben difficilmente è una quantità tale da determinare una reazione colorata della imponenza di quella che si osserva sulla Sindone…

(Dal punto di vista chimico, secondo la teoria di Frerichs, in un soggetto affetto da uremia l’urea del sangue viene convertita in carbonato di ammonio e questo a sua volta si decompone in anidrite carbonica e ammoniaca).

 

Obiezioni alle teorie del Vignon

Possiamo riassumere il brano di Baima Bollone in queste tre obiezioni:

1) che la trasformazione avviene con un certo ritardo (da ore a giorni);

2) che i vapori non possono muoversi in modo perfettamente ortogonale così da dare un’immagine precisa. Lo stesso difetto di deformazione si ottiene con i metodi che non usano vapori;

3) che per la grandezza dell’immagine sindonica sarebbero occorsi grandi quantità di urea.

La prima obiezione diventa una prova a favore di questa tesi in quanto nei Vangeli canonici non si fa alcuna menzione di questa immagine, al momento della scoperta della tomba vuota da parte delle pie donne e degli apostoli Pietro e Giovanni. Se ne deduce che l’immagine apparve solo in un secondo momento.

Nell’opera della Valtorta si narra che alcuni giorni dopo la Risurrezione il discepolo Nicodemo - alla presenza dell’apostolo Giovanni, di Giuseppe d’Arimatea e del risuscitato Lazzaro - consegna alla Madre di Gesù la Sindone con questa precisazione:

«ti avverto, perché tu non debba commuoverti troppo nel vederla, che più i giorni sono passati e più su di essa è apparsa nitidamente la figura di Lui, così come era dopo il lavacro. Quando la ritirammo dal Sepolcro pareva che semplicemente conservasse l’impronta delle sue membra coperte dagli oli e, ad essi mescolati, scoli di sangue e di siero dalle molte ferite. Ma, o per un processo naturale o, il che è molto più certo, per un volere soprannaturale, un miracolo di Lui per dare una gioia a te, più il tempo è passato e più l’impronta si è fatta precisa e chiara. Egli è là, su quella tela, bello, imponente, anche se ferito, sereno, pacifico, anche dopo tante torture. Hai cuore di vederlo?». (Valtorta 644.6)

La seconda obiezione appare assurda in quanto di sicuro l’immagine è dovuta a un miracolo, anche se per imprimerla Nostro Signore ha voluto usare una delle sostanze considerate più ignobili, una sostanza che è scarto del corpo. Un’idea così sublime se la può permettere solo Dio. Per analogia, le pietre di scarto - come dice la Scrittura - sono diventate pietre d’angolo; e persone umili, come Maria Valtorta, sono state scelte per fare la volontà di Dio.

La terza obiezione è risolta dalla lettura del brano, che ho riportato all’inizio, del capitolo 613, dove viene spiegato che i colpi di flagello che colpirono le reni di Gesù ne provocarono un blocco con conseguente uremia.

Molti ricercatori che usarono polvere di aloe e mirra fallirono nell’imprimere le macchie di sangue, in quanto queste venivano asciugate dalla polvere stessa. Altri, come Judica-Cordiglia e Intrigillo, ovviarono a questo difetto usando misture di aromi inumiditi per poter sciogliere i grumi di sangue.

Come si legge nel brano dell’opera valtortiana riportato da Cerri nel capitolo sulla Sepoltura, la mistura appiccicosa e untuosa descritta in quella visione è una prova ulteriore della veridicità delle rivelazioni a Maria Valtorta, che morì nel 1961 e non poteva conoscere quanto pubblicato da Judica-Cordiglia prima e Intrigillo poi sui loro esperimenti negli anni 1976 -1980.

 

La ferita al costato

 

Vi è ancora una questione che non viene trattata, forse volutamente, nel libro di Cerri, ma per motivi diversi da quelli finora esposti.

A questo proposito faccio notare un aspetto ben conosciuto da chi si occupa di studi sindonici, cioè quello dell’opinione generalizzata secondo la quale l’immagine si sia formata all’interno del telo. Questa ipotesi porta come conseguenza che l’immagine sulla Sindone sia vista di riflesso: ciò che appare a destra nella realtà sarebbe a sinistra. Lo mostrano le tante ricostruzioni tridimensionali della Sindone (le più belle sono quelle di mons. Ricci e quelle dello scultore Luigi E. Mattei).

L’immagine riprodotta qui sotto mostra la ricostruzione del dorso del Crocefisso fatta da mons. Ricci, effettuata servendosi dei dettagli precisi che si vedono sulla Sindone.

La piaga a forma triangolare, che nella ricostruzione si vede sulla spalla sinistra di Gesù, sulla Sindone si trova sulla spalla destra. Questo perché Ricci, come tutti i suoi colleghi ricercatori, ritengono che l’immagine sindonica si sia formata all’interno del telo.
Ebbene, gli scritti valtortiani dicono altrimenti!

Gesù, nell’opera della Valtorta, si riferisce alla Sindone come alla sua vera effigie. La Sindone è una icona sacra, un prototipo, un perfetto esemplare del “vero”, e come tale non avrebbe senso una immagine riflessa. Sarebbe come se un re, che volesse tramandare ai posteri l’immagine delle ferite riportate in battaglia a dimostrazione del suo valore, ordinasse al pittore di invertirne il lato sul quadro.

Gesù ha voluto lasciarci un’immagine esatta della posizione in cui lo avremmo visto se ci fossimo trovati al suo cospetto prima che il suo corpo venisse coperto dal telo sindonico. Tutt’altro, dunque, di una immagine descritta come speculare. Quando, ad esempio, il Cerri dice che Gesù portò la croce sulla spalla destra, intende riferirsi esattamente alla spalla destra di Gesù, in quanto sulla Sindone tale piaga è sulla spalla destra.

Nel “dettato” a Maria Valtorta dell’11 febbraio 1944, dove viene descritta la visione della Passione di Gesù, ad un certo punto leggiamo:

Qui, sulle pietre ancor più sconnesse, la fatica di Gesù aumenta, anche per la salita. Cade una prima volta inciampando in una pietra sporgente. Cade col ginocchio destro e si sorregge con la mano sinistra. Si rialza. Anche il cartello è ostacolo nel vedere dove mette i piedi col suo ballonzolare avanti.

Procede. Sempre più curvo e ansante. Ricade. Questa volta inciampa anche nella veste e si inginocchia con tutti e due i ginocchi. Anche la croce gli sfugge di mano e la deve rialzare e mettersela sulla spalla. La veste a destra, dove la croce appoggia, è tutta bagnata di sangue e sudore. Sotto deve essere tutta una piaga.

Questo brano descrive come Gesù si procurò la ferita al ginocchio destro rilevato sulla Sindone. Nei Vangeli canonici non si fa menzione di questa piaga dovuta al trasporto della croce. Bisognerà aspettare più di mille anni prima che questo fatto fosse rivelato da Gesù a San Bernardo da Chiaravalle.

Dopo la morte di Padre Pio si scoprì che anche questi ne aveva sofferto. Nell’indumento indossato dal santo frate sono visibili le macchie di sangue sulla spalla destra.

Chi ha ragione? Ogni dubbio viene sciolto da Gesù stesso nel “dettato” a Maria Valtorta del 29 dicembre 1943:

«Le ferite alle palme, che tu non hai visto perché raramente io muovo la sinistra, e per abitudine contratta nel lavoro e perché la più ferita, sono state infitte cosi.

Il pensiero dei carnefici era di appendermi per i carpi, immediatamente al di sopra della giuntura del polso, per rendere più sicura la sospensione. E infatti, dopo avermi disteso sulla croce, mi trapassarono la mano destra in questo punto.

Ma, dato che il costruttore del patibolo aveva segnato il buco di sinistra (usava segnare i posti dei chiodi per rendere più facile l’entrata del chiodo nello spesso legno e più sicura la sospensione di un corpo messo non orizzontalmente ma verticalmente e senza altro sostegno che tre lunghi chiodi) più lontano del punto dove il mio carpo poteva arrivare, dopo avermi stirato il braccio sino a produrre lo strappamento dei tendini, si decisero a configgere il chiodo al centro del palmo, fra osso e osso del metacarpo.

Nella Sindone ciò non si rileva perché la mano destra copre la sinistra.

Fu la ferita alle membra, patita da vivo, più vasta perché, una volta alzata la croce, quando il peso del Corpo si spostò verso il basso e in avanti, il chiodo lacerò molto verso il pollice allargando il foro più che non sia a destra, dove il carpo resistette alla sospensione meglio del metacarpo. E fu anche la più tormentosa, sia per essere dalla parte del cuore, sia perché il chiodo nell’entrare spezzò i nervi e i tendini della mano, dando spasimo atroce che mi si propagò sino alla testa.

I pittori e gli scultori, che per senso d’arte mi dipinsero o scolpirono con la mano destra semi aperta e la sinistra serrata a pugno, hanno testimoniato senza volere una verità fisica del mio Corpo martirizzato, perché la mano sinistra realmente si serrò a pugno e nello spasimo e per la troncatura dei nervi recisi, e sempre più si chiuse perché sempre più lo spasimo e la contrattura delle fibre nervose aumentò col passare delle ore».

Ora questa affermazione trova perfetta corrispondenza nelle visioni della Passione descritte dalla beata Anna Katharina Emmerick:

…Il Salvatore emise un gemito di dolore e il suo sangue sprizzò sulle braccia dei carnefici.

Contai i colpi di martello, ma ne ho dimenticato il numero.

I mazzuoli dei carnefici erano di ferro, avevano pressappoco la forma dei martelli da falegname, però erano più grandi e formavano un pezzo unico col manico. I chiodi, la cui dimensione aveva fatto fremere Gesù, erano talmente lunghi che quando furono conficcati nelle mani e nei piedi del Redentore uscivano dietro la croce.

Dopo aver inchiodato la mano destra di Gesù al legno della croce, i carnefici si accorsero che l’altra mano non arrivava al foro praticato nell’asse sinistro della croce. Allora legarono una fune al braccio sinistro di Gesù e, puntando i piedi contro la croce, lo tirarono con tutte le loro forze, finché la sua mano raggiunse il foro.

Gesù soffriva indicibilmente perché gli avevano slogato interamente il braccio.

Ma se entrambi le visioni dicono chiaramente che fu il braccio sinistro di Gesù a essere slogato (tanto che sulla Sindone risulta di 4 cm. più lungo di quello destro!) per farlo arrivare al foro già fatto sulla traversa della croce - e che, nonostante tutto, si dovette inchiodare la mano sinistra sul palmo - allora la ferita del costato, che sulla Sindone appare sullo stesso lato del braccio più lungo, fu impressa a sinistra e non a destra come dicono tutti i testi che parlano della Sindone!

Ovviamente le citazioni da rivelazioni fatte a santi o veggenti non vengono prese in nessuna considerazione in una indagine scientifica, comprese queste della Valtorta e della Emmerick, che in qualche modo si confermano a vicenda. Ma per chi crede nelle rivelazioni private, esse hanno grande importanza.

Il Cerri, nel capitolo su “il volto e le piaghe dell’Uomo della Sindone”, al punto 7 accenna alla ferita del costato e cita l’episodio dell’opera valtortiana in cui Longino vibra il colpo della lancia al petto di Gesù: lo vibra “da sotto in su, da destra a sinistra”. Perciò, se Longino sferra il colpo da destra a sinistra, se ne deduce che egli, dovendo colpire il Crocifisso al cuore, e quindi nella parte sinistra del costato, lo faccia nel modo più logico per un esperto come lui. Visto di spalle dalla Valtorta, egli impugna la lunga lancia e sferra il colpo con una traiettoria cha va da destra verso sinistra, di modo che la lama possa attraversare le costole e colpire il cuore dietro lo sterno.

Sempre sul tema della ferita al costato, andiamo a leggere nella stessa opera il racconto dell’altrettanto famoso episodio dell’apostolo Tommaso che mette il dito nella piaga di Gesù risorto:

«Ecco colui che non crede se non vede!», esclama Gesù. Ma nella sua voce è un sorriso di perdono. Tommaso lo sente, osa guardare Gesù e vede che sorride proprio, allora prende coraggio e va più in fretta.

«Vieni qui, ben vicino. Guarda. Metti un dito, se non ti basta guardare, nelle ferite del tuo Maestro».

Gesù ha porto le Mani e poi si è aperto la veste sul petto scoprendo lo squarcio del Costato. Ora la luce non emana più dalle Ferite. Non emana più da quando, uscendo dal suo alone di luce lunare, si è messo a camminare come Uomo mortale, e le Ferite appaiono nella loro cruenta realtà: due fori irregolari, di cui il sinistro va fino al pollice, che trapassano un polso e un palmo alla sua base, e un lungo taglio, che nel lato superiore è lievemente ad accento circonflesso, al Costato.

Tommaso trema, guarda e non tocca. Muove le labbra, ma non riesce a parlare chiaramente.

«Dammi la tua mano, Tommaso», dice Gesù con tanta dolcezza. E prende con la sua destra la mano destra dell‘apostolo e ne afferra l’indice e lo conduce nello squarcio della sua Mano sinistra, ve lo ficca ben dentro, per fargli sentire che il palmo è trapassato, e poi dalla Mano lo porta al Costato. Anzi, afferra ora le quattro dita di Tommaso, alla loro base, al metacarpo, e pone queste quattro grosse dita nello squarcio del Petto, facendole entrare, non limitandosi ad appoggiarle all’orlo, e ve le tiene guardando fisso Tommaso. Uno sguardo severo e pur dolce, mentre continua: «…Metti qua il tuo dito, poni le dita e anche la mano, se vuoi, nel mio Costato, e non essere incredulo ma fedele». (Valtorta 629.4)



Anche qui, come sopra: se è la sinistra la mano forata (e slogata) nel palmo di Gesù, allora la ferita del costato è a sinistra anch’essa.

In Valtorta 610.3 si dice esplicitamente:

Poi torna al corpo e lo carezza, così freddo e già rigido, e quando vede una nuova volta lo squarcio della lancia che ora, nella posizione supina del Salvatore sulla lastra di pietra. È aperto e beante come una bocca, lasciante vedere meglio ancora la cavità toracica - la punta del cuore appare distintamente fra lo sterno e l’arco costale sinistro, e due centimetri circa sopra di essa vi è l’incisione fatta dalla punta della lancia nel pericardio e nel cardio…

Dal punto di vista medico, è pressoché impossibile che, perforando il costato destro per raggiungere il cuore (come affermano tutti i testi sulla Sindone), vi possa essere un’uscita a pressione di sangue misto ad acqua, come dicono le scritture, in quanto, per raggiungere il cuore, la lancia dovrebbe perforare il polmone. Anche se il polmone contenesse liquidi, dovuti a un probabile versamento serioso pelvici, questi non uscirebbero a pressione. L’unico sangue ancora non coagulato (in un morto da ore) potrebbe trovarsi solo nel cuore, ma questo si riverserebbe nella cavità toracica e non potrebbe essere espulso.

Per chi fosse preoccupato per la sorte dei milioni di crocefissi che riportano la ferita del costato di Nostro Signore sulla destra, niente paura! Il significato rimane invariato.

La stessa cosa possono continuare a fare i lettori della Valtorta in quanto questa conclusione non rappresenta un dogma di fede.

Tale tradizione iconografica di Cristo nasce da un ragio-namento teologico e non ha nulla a che vedere con la Sindone.

Nelle Scritture si dice che, mentre i due ladroni erano ancora vivi sulla croce, vennero dei soldati, e siccome di sabato nessun condannato poteva restare ancora vivo appeso alla croce, ai due ladroni spezzarono le ginocchia per affrettarne la morte. Cristo fu risparmiato perché era già morto, ma per essere sicuri diedero il colpo di lancia al costato. In realtà non si dice se a destra o a sinistra, ma nell’iconografia nasce la convinzione che sia a destra (a sinistra per chi guarda), cioè non dalla parte del cuore, perché altrimenti si sarebbe potuto pensare che fosse stato il colpo di lancia ad uccidere Gesù.

Nella tradizione iconografica ci sono anche crocefissi con la ferita al costato sinistro, come quello qui a fianco.

 

conclusioni

Queste mancanze, volute o meno, non tolgono nulla al lavoro di don Vincenzo Cerri, in quanto, come spiega lo stesso Autore nella prefazione, il suo scopo è quello di dimostrare che ciò che si racconta sulla Sindone nella monumentale opera di Maria Valtorta è in perfetta armonia con la tradizione e con il racconto evangelico.

Cosa resterebbe di quella Effige se togliessimo una per una le testimonianze delle sofferenze patite da Nostro Signore per la nostra salvezza?
Come può essere compresa questa Immagine da una umanità che crede di poter fare a meno di Dio?

Come può salvarsi un’umanità sempre più insofferente alla sofferenza?
Che valore avrebbe un amore senza sofferenza, se persino un Dio non ne ha potuto fare a meno per non essere ingiusto?

A queste e a molte altre domande sulla Sindone, Gesù dà una risposta nell’Opera valtortiana, ma il mistero permane in quanto la Sindone è opera di Dio. Nessuna rappresentazione della Passione e morte di Nostro Signore, per quanto eseguita dal migliore degli artisti umani, potrà mai eguagliare questa Effige, perché Colui che l’ha impressa, ha usato come inchiostro la Sofferenza stessa.

C’è forse qualche strumento scientifico che potrà spiegarci le seguenti parole che si trovano nel “dettato” a Maria Valtorta del 20 maggio 1949?

Mi dice il Signore, mentre io penso a tutt’altro che a cose mistiche e lavoro d’ago riparando biancherie di casa:

«La mia Sindone, o Maria, per chi sa vedere, è non soltanto testimonianza che Io sono veramente morto e sono risorto, ma anche testimonia di come fui concepito e nacqui non secondo le leggi dell’umanità. È quindi conferma alle verità che la Religione mia insegna: il mio concepimento per opera dello Spirito Santo; la divina Maternità di Maria; la sua verginità perpetua; la mia passione e morte; la mia risurrezione gloriosa. Ma ciò è conferma a chi, nella luce di Dio, è dato di vedere.».

Una “vocina” mi dice di fermarmi qui.

U. B.

 

APPENDICE

Dopo anni mi sono visto costretto a aggiungere un’altra prova a le tante già date. Purtroppo - specie da parte di amici valtortiani troppo occupati a pseudo dimostrazioni scientifiche con le quali vorrebbero certificare gli scritti stessi si continua a negare tutte queste evidenze. A questi dico: «Se non volete credere a me, credete all’apostolo Giovanni: unico tra gli apostoli a essere stato testimone oculare dell’episodio in cui N.S. fu trafitto dalla lancia di Longino.»

Dai “Quaderni del 1944” dettato del 1°luglio 1944:
[…]

Egli era uomo e dell’uomo che muore ebbe tutti i languori e gli strazi. Egli morì realmente poiché nessuno sarebbe vissuto dopo la profonda lanciata attraverso lo squarcio della quale io vidi il cuore, aperto non diversamente di quello dell’agnello che il beccaio espone nella sua bottega, e il polmone fermo e ratratto dopo l’ultimo anelito. Lo spirito, l’acqua e il sangue testimoniano in terra che Gesù Cristo era Uomo. Come la sua parola, che la voce del Padre e l’apparizione su Lui dello Spirito confermano, attesta essere Egli il Figlio di Dio.


Inutile spiegare che da sempre si punti al cuore per uccidere e da sempre si sa che la parte vulnerabile sia sul costato sinistro. Ma coloro che negano le evidenze sappiano che il cuore non sarebbe stato visibile nel costato destro in quanto si sarebbe visto solo il polmone.

Indagine sul quadro della Misericordia di Vilnius

Per comprendere a pieno la vicenda raccomando la visione di questo video collegato:
Video: (135) LA VERA IMMAGINE DI GESU’ RISORTO – MISERICORDIA VILNIUS - YouTube

Il 22 febbraio 1931, Gesù apparse a suor Maria Faustina Kowalska dicendogli:

«Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù confido in te! Desidero che questa immagine venga venerata prima nella vostra cappella, e poi nel mondo intero.
Prometto che l’anima, che venererà quest’immagine, non perirà.
Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell’ora della morte, la vittoria sui nemici.
Io stesso la difenderò come Mia propria gloria»

Quella che si vedrà nel breve filmato è l’originale del quadro della Misericordia dipinto nel 1934 dal pittore E. Kazimirowski dopo sei mesi di interminabili correzioni giornaliere dovute alla quasi ossessione di suor Faustina di riprodurre quel modello che Gesù gli aveva impresso nello spirito. Nonostante tutto alla fine Sr. Faustina pianse amaramente perché (ovviamente) Il Gesù del quadro non era bello come ella lo aveva visto.

Come profetizzato da Gesù questa icona è ora venerata in tutto il mondo grazie a Giovanni Paolo II che nel 2000 istituì la Festa della Divina Misericordia

Eugeniusz Kazimirowsk, Gesù Misericordioso, 1934 ca, Vilnius (prima opera)

Il quadro, oltre le macchie di sangue e la ferita al costato sinistro, contiene altre straordinarie somiglianze con il Gesù descritto nella principale opera di Maria Valtorta: L’Evangelo come mi è stato rivelato.

Nel quadro ho evidenziato in verde le mani sinistra e destra. Leggete l’episodio riportato nel testo a pag. 9 “dettato” del 29 dicembre 1943, e gli altri episodi descritti alle pag. 10 e 11.

È proprio con l’episodio descritto a pag. 11 dell’incontro di Gesù con Tommaso che è legata questa immagine.

Il quadro di Vilnius è perfettamente coerente a queste descrizioni: la mano destra non presenta ferita nel palmo; la mano sinistra nel quadro appare rattrappita in modo innaturale, in quanto il chiodo fu messo nel palmo, e questo provoco terribili dolori dovute alle lacerazioni dei tendini. Queste sono rimaste nel corpo glorioso di Gesù!

Come avrebbe potuto sapere Sr. Faustina di questi particolari dieci anni prima che fossero rivelati alla Valtorta?

Oggi Vilnius, una volta polacca, è capitale della piccola repubblica della Lituania. A partire dalla conversione della Lituania al cattolicesimo nel 1387 saranno edificate a Vilnius molte splendide chiese che ancora caratterizzano il centro storico. Tra il 1503 e il 1522 la città fu circondata da mura, con nove porte e tre torri. Tutte le porte saranno demolite verso la fine del XVIII secolo, tranne la Porta dell’Aurora.

A Vilnius vi è un’altra icona miracolosa intimamente collegata alla prima e a Giovanni Paolo II, che si trova appunto nella Porta dell’Aurora, nella cui cappella è venerata un’effigie della Vergine Maria Madre della Misericordia ritenuta miracolosa.


Il dipinto raffigura la complessa personalità e la devozione di Maria. Il capo è dolcemente reclinato a destra, gli occhi sono semichiusi, le mani sono incrociate in segno di devozione; questo ricorda che è una vergine, umile serva del Signore, madre misericordiosa e patrona del popolo. Allo stesso tempo, il capo è circondato dai raggi del sole e il corpo è solitamente coperto con elaborati abiti e corone d’oro e d’argento; questi sono i simboli del suo ruolo divino e maestoso come Regina del Cielo.

Se fate caso i due dipinti guardano in basso, sono rivolti verso la nostra umanità, non ci fissano per rimproverarci.

Fu Gesù stesso a rivelare il significato di quello sguardo a Sr. Faustina:

«Il mio sguardo da quest’immagine è tale e quale al Mio sguardo dalla croce»

Se Gesù ha insistito con suor Faustina affinché ci fosse tramandata la sua immagine di come apparve agli apostoli dopo essere risorto ci deve essere una ragione profonda: avevamo già l’icona di Manopello che lo ritraeva vivo prima della crocifissione, avevamo la sacra Sindone che ne attestava la morte e tutte le torture subite, perché aspettare 20 secoli per darci la sua immagine di Gesù risorto?

Con questa icona N.S. ci ha voluto anche confermare che dobbiamo credere a Gesù, “Confidare in Lui”, anche se la nostra ragione spesso ci fa credere altrimenti. Più precisamente Gesù si rivolge dal punto di vista temporale ai cristiani del terzo millennio che come Tommaso hanno bisogno di vedere per credere: siamo lontani dai tempi eroici dei primi cristiani che si immolavano per un Dio sconosciuto.

La concomitanza del massimo arretramento della fede col più buio periodo di lotta tra male è bene ha costretto Dio a una estrema Misericordia: l’istituzione della Festa della Misericordia legata a questa immagine.

Santa Faustina riporta queste parole di Gesù:

“Desidero che la Festa della misericordia sia di riparo e di rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori. In quel giorno sono aperte le viscere della mia misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della mia misericordia. L’anima che si accosta alla confessione ed alla santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene”.
[…]

“Il peccatore non tema di avvicinarsi a Me. Anche se l’anima fosse come un cadavere in piena putrefazione, se umanamente non ci fosse più rimedio, non è così davanti a Dio. Le fiamme della misericordia mi consumano, desidero effonderla sulle anime degli uomini. Io sono tutto amore e misericordia. Un’anima che ha fiducia in Me è felice, perché Io stesso mi prendo cura di lei. Nessun peccatore, fosse pure un abisso di abiezione, mai esaurirà la mia misericordia, poiché più vi si attinge più aumenta. Figlia mia, non cessare di annunziare la mia misericordia, facendo questo darai refrigerio al mio Cuore consumato da fiamme di compassione per i peccatori. Quanto dolorosamente mi ferisce la mancanza di fiducia nella mia bontà! Anche se i suoi peccati fossero neri come la notte, rivolgendosi alla mia misericordia, il peccatore mi glorifica e onora la mia Passione. Nell’ora della sua morte Io lo difenderò come la stessa mia gloria. Se non credete alle Mie parole, credete almeno alle Mie piaghe!”



Come si può vedere dall’immagine prima del restauro, la mano destra non ha la stimmate sul palmo, ma vi sono macchie di sangue sul polso; la mano sinistra appare rovinata, ma vi sono macchie di sangue sul palmo. Sono visibili anche gli occhi azzurro scuro.

Per chi volesse approfondire riguardo ai tempi che stiamo vivendo:

https://www.academia.edu/64786096/APOCALISSE Quando

 

La Ferita al costato di Padre Pio

Dopo la morte di Padre Pio, Giovanni Paolo II rivelò un episodio sconosciuto: Karol Wojtyla, in quel loro incontro nell’Aprile del 1948 aveva chiesto a Padre Pio quale fosse la ferita che più lo facesse soffrire, e questi gli rivelò che era la ferita sulla spalla destra che era quella più sofferta anche da N.S. per portare la croce. Questo si venne a sapere solo dopo la morte di Padre Pio (vedi foto pag. 9).

Padre Pio non permise quasi a nessuno di vedere la ferita che aveva al costato e solo due persone poterono constatare e darne poi testimonianza:

Il primo fu il dottor Giorgio Festa che dal 1925 al 1933 tornò altre sei volte a San Giovanni Rotondo e, pur non avendo più avuto modo di visitare P. Pio, poté osservare e molto da vicino, «malgrado i mezzi guanti con i quali procura di nasconderlo, colare a rivi tra le sue dita il sangue che stilla dalle ferite che ha nelle mani. Sono in condizioni - continua il dottore - dal poter ancora affermare che le piaghe della crocifissione, così misteriosamente apparse sulla sua persona, si conservano anche oggi [1933], dopo tredici anni, con le stesse inesplicabili caratteristiche in esse rilevate alla mia prima osservazione»…

Per quanto riguarda la ferita al costato il dott. Festa disse:

«Quelle che Padre Pio presenta alle mani, ai piedi e nella regione anteriore del torace sinistro debbono realmente essere considerate come vere e proprie lesioni anatomiche dei tessuti».

(Cfr. Festa dott. Giorgio, Tra i misteri della Scienza e le luci della Fede. Ed. Arte della Stampa, Roma 1933);

Il secondo fu Padre Eusebio Notte da Castelpetroso (IS), confratello e assistente di Padre Pio dal 1960 al 1965, che il 10 aprile 1972 prese carta e penna e mise nero su bianco su quanto accadde a Padre Pio diversi anni prima, la sera del 5 luglio 1964:



Quel giorno era domenica. erano circa le ore 22. Il frate stigmatizzato cadde nella sua celletta n. 1. Una caduta che fu simile ad un “boato”. Padre Eusebio udì la voce di Padre Pio che chiamava: “Confratelli, confratelli”. Tutti accorsero nella stanza trovarono Padre Pio a terra, in una pozza di sangue: “nella caduta, aveva riportato un taglio all’arcata sopracciliare destra, che richiese due punti di sutura, praticatigli dal medico curante dottor Sala”.

Padre Pio si era “abbondantemente bagnato di sangue ed aveva bisogno di cambiarsi l’abito da notte e la biancheria che indossava”. Pregò gli astanti di uscire un momentino fuori; poi, rivoltosi a padre Eusebio disse: “Vagliò, tu resta qua ché mi devi aiutare”. Fece spegnere la luce grande della cella e ordinò di accendere il lume del tavolo.



Poi aiutato da Padre Eusebio si tolse la maglia intima. Fu in questo momento che il frate di Castelpetroso potè osservare con attenzione la piaga del costato, benché Padre Pio tentasse di coprirla con le mani. Era una piaga a forma di croce. La branca verticale era lunga un sei-sette centimetri, leggermente obliqua, con la parte inferiore spostata verso il lato sinistro. La branca trasversale era molto più corta.

Detta ferita a me sembrò piuttosto profonda e trasudava sangue sieroso. I suoi tratti erano ben marcati e senza incrostazioni. In fede. Padre Eusebio Notte.

Nella foto il disegno che fece Padre Pio il 24 ottobre 1921 sul retro di un biglietto da visita del Card. Silj per spiegare la forma della Stigmata del costato.



Nell’immagine sopra sono mostrati nell’ordine:

  • la ferita al costato su la Sindone;
  • la macchia di sangue del costato;
  • la terza immagine è il disegno che fece lo stesso Padre Pio;
  • l’ultima immagine mostra la sovrapposizione della ferita compatibile con la macchia di sangue.

La lunga ferita verticale è visibile anche nel quadro di Vilnius.