Page 7 - Inconciliabilità tra cristianesimo e marxismo nelle riflessioni del giovane Luigi Sturzo
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corpo artigianale di medievale memoria ma: «una rappresentanza organica
              di interessi assai complicati» e intende «per organizzazione corporativa l'in-
              sieme di tutte le corporazioni, nel loro reciproco influsso e nell'organismo su-
              periore che li  rappresenta, come un consiglio superiore dell'economia» (A.
              Palazzo 2004:  p. 748).


                   Il giovane sacerdote siciliano, contestando il mito di una «società egualita-
              ria», prospettato dai socialismi di ogni tempo, rilevava una sostanziale differenza
              di base tra il progetto sociale in senso cristiano e quello socialista. «l democratici
              cristiani - egli annotava - non fanno come i socialisti, che promettono quasi il
              paradiso in terra, lusingando il popolo; essi riconoscono quel che si può e quel
              che si deve fare, perché, nonostante le disuguaglianze di ciascuno, siano ri-
              spettati i diritti e i doveri che la natura e la civiltà elargiscono a tutti» (L.
              Sturzo: 1900).

                   Per Sturzo è evidente che nella società esistono eguaglianze e disuguaglianze
              che sono determinate dalla natura. E precisa che come <<Uomini siamo tutti uguali;
              tutti della stessa natura, tutti con lo stesso fme, tutti cogli stessi diritti e doveri che
              possiamo chiamare assoluti, cioè indipendenti da qualsiasi diversità di condizioni:
              tali sono per esempio il diritto a vivere, il dovere di amarci scambievolmente». Ma
              ciò non ci consente di andare oltre e di sostenere che gli uomini possano essere o
              diventare uguali per il resto, perché - egli continua - «siamo disuguali in tutto ciò
              che chiamiamo relativo, da cui nascono diversi diritti e doveri; cioè l'età, l'in-
              gegno, le forze, le relazioni, ecc.; onde in una famiglia il padre ha dei diritti e
              dei doveri diversi da quelli dei figli, e così i governanti e i governati, i maestri
              e gli scolari, ecc. ».  Si deve a tali disuguaglianze, a tali diversità, se si raggiunge
              una certa armonia di rapporti nella società, «che non potrebbe sussistere, se tutti
              fossimo sotto ogni rispetto uguali e con uguali diritti» (lvi).


                   Ammesse la «uguaglianza assoluta» e le «disuguaglianze relative degli
              uomini», Sturzo sostiene che la «società si basa sul principio che chi ha deve
              dare a chi non ha, e chi può deve aiutare chi non può, secondo la norma dei
              diritti e dei doveri di ciascuno, e secondo il principio dell'amore scambie-
              vole» (lvi). Si ha con ciò il trasferimento, o meglio la legittimazione, in campo
              giuridico, di un basilare principio evangelico, quello del «quod superest date
              pauperibus» (Luca,  11, 41), che, nell'interpretazione sturziana,  non si traduce
              nel dare il superfluo a chi non ha, ossia nel fare l'elemosina ai poveri, bensì nella
              condivisione dei beni, quale esplicito dovere di ciascuno. E ciò anche nel senso
              che il potere pubblico, nel rispetto della libertà dell'individuo, altro fondamentale
              diritto da tenere in conto, può e deve intervenire per un'equa distribuzione della
              ricchezza (Cfr. A.  Palazzo  1982: pp.  134-162). È questa,  agli occhi di Sturzo,
              l 'unica soluzione possibile della questione sociale, al di fuori della quale si scon-
              fina nell'utopia. Ecco perché denuncia l'inganno dei socialisti che promettono
              «il paradiso in terra».

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