Page 8 - Inconciliabilità tra cristianesimo e marxismo nelle riflessioni del giovane Luigi Sturzo
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Si avverte in tale sua critica il riecheggiamento di talune teorie di Antonio
             Rosmini, che aveva trovato «marcate venature di utopismo e di perfettismo [
              ... ] nel socialismo e nel comunismo del suo tempo» (U. Muratore 2002: p.  139).
              Il filosofo roveretano aveva messo in guardia sul rischio che quelle dottrine, seb-
             bene rivendicassero la libertà dei popoli e i diritti dell'uomo, lasciavano correre,
             perché, se messe in pratica, finivano inevitabilmente per generare assolutismo e
              tirannide (Cfr. A. Rosmini 1978:  pp. 89-116).

                   L'influenza rosminiana sembrerebbe palese su Luigi Sturzo, ma, a tutt'oggi,
             non è stato possibile accertarla per mancanza di sicure tracce documentarie, molto
             probabilmente da lui mai lasciate, poiché, allora, negli ambienti ecclesiastici in-
              transigenti, erano guardati con sospetto coloro che si accostavano o,  semplice-
              mente,  si  limitavano  a  leggere  Rosmini,  delle  cui  opere  il  Sant'Uffizio,  nel
              dicembre del  1887, aveva condannato ben quaranta proposizioni. Michele Pen-
             nisi - oggi tra i vescovi italiani uno dei più impegnati nello studio e nella propa-
              gazione delle teorie sturziane - senza escludere una possibile influenza del filosofo
             roveretano sul  giovane studioso calatino, ne rileva piuttosto gli interessi per la
              dottrina scolastica e aggiunge che il «neotomismo in quegli anni costituì la base
              ideologica a cui fecero riferimento i promotori del movimento cattolico sociale
              siciliano: da mons. Blandini ai fratelli Sturzo, da Mangano a Torregrossa, da
              Lo Cascio ad altri esponenti del cosiddetto "gruppo palermitano"» (M. Pen-
              nisi 1982: p. 47).


              2.- IN APPLICAZIONE DEL MAGISTERO PONTIFICIO

                   A scanso di equivoci e nel fondato timore che il termine «cristiana», ac-
              coppiato a «democrazia», possa creare confusione, magari con anacronistici ri-
              svegli clericali, Sturzo è solito insistere sulla netta distinzione tra la Chiesa, quale
              «società soprannaturale» e la democrazia cristiana, quale corrente di opinione o
              quale eventuale partito di cattolici. La Democrazia Cristiana, insomma, in nessun
              modo, si identifica con la Chiesa: «è questo che ha voluto chiaramente far co-
              noscere - precisa Sturzo - la Santa Sede negli ultimi suoi documenti» (L.
              Sturzo 1961: pp. 21).

                   Tra tali documenti va tenuto in massimo conto la Graves de communi re,
             promulgata il  18  gennaio  190 l  con l'esplicita denominazione Lettera enciclica
             sulla democrazia  cristiana, tramite la quale Leone XIII,  seppure non contrario
              all'uso di quei termini per segnare l'azione popolare dei cattolici, si preoccupava
              di precisare che «non sia lecito di dare un senso politico alla democrazia cri-
              stiana» e, di conseguenza, di fame un partito. E ne spiegava la ragione: «perché,
              sebbene la parola democrazia, chi guardi alla etimologia e all'uso dei filosofi,
              serva a  indicare una forma di governo popolare, tuttavia nel caso nostro,
              smesso ogni senso politico, non deve significare se non una benefica azione
              cristiana a favore del popolo».

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