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DON LUIGI STURZO E L’APPELLO A TUTTI GLI UOMINI LIBERI E FORTI - INTERVENTO DI MARCO VITALE - CENTRO INIZIATIVE DI CULTURA POLITICA ALCIDE DE GASPERI - 25 GENNAIO 2019

Inserito in Servire l'Italia

 

 

 

 

DON LUIGI STURZO E L’APPELLO

A TUTTI GLI UOMINI LIBERI E FORTI

 

INTERVENTO DI MARCO VITALE

 

CENTRO INIZIATIVE DI CULTURA POLITICA

ALCIDE DE GASPERI

Oratorio San Filippo Neri

Via Pietro Trebeschi 45 CASTEGNATO (Bs)

 

25 GENNAIO 2019

 


 

La nascita del PPI fu “un fatto di estrema importanza, l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo… Soltanto con il 1919, con la costituzione e organizzazione del partito popolare, i cattolici si presentarono nella vita politica italiana come massa compatta e organizzata e forniti di un proprio ben definito programma”. (Federico Chabod, L’Italia contemporanea, 1918-1948, testo 1961, pagg. 43-44).

Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, ispirandoci ai solidi principi del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia. (Dall’Appello a tutti gli uomini liberi e forti, 1919).

 

 

“Agli atti c’è la testimonianza di chi non ha piegato la testa. L’antifascismo di Sturzo è stato e rimane una pietra miliare nella vicenda del cattolicesimo politico”.

(Lucio D’Ubaldo, Elogio ai Liberi e Forti, Giapeto Editore, 2018, pag. 145).

Occorre che il nuovo liberalismo si rifaccia alla sua sorgente più pura, alle sue origini che sono schiettamente cristiane, riconoscendo e affermando che i valori più alti della vita sono estranei alla vita politica, alla competenza e all’azione dello Stato, mentre al contrario la fede in quei valori trascendenti è stata sempre e strettamente associata alla conquista della libertà, e i popoli veramente liberi sono stati quelli di più rigida intransigenza religiosa, di più provata e solida fede cristiana”.

(A. Passerin d’Entrèves, 1945, ripreso nel 1970 in Obbedienza e Resistenza in una società democratica).


 

MARCO VITALE

  

DON LUIGI STURZO E L’APPELLO

A TUTTI GLI UOMINI LIBERI E FORTI

  

UNA VITA LUNGA E FRUTTUOSA

Siamo riuniti per commemorare il centenario dell’Appello a tutti gli uomini liberi e forti del 18 gennaio 1919. È un appello che spazza via definitivamente gli steccati che, dopo la breccia di Porta Pia, con il “Non Expedit” erano stati eretti tra i cattolici italiani e la vita politico-parlamentare del Paese. L’Appello è anche l’atto di nascita del Partito Popolare Italiano che segna l’ingresso dei cattolici organizzati nella vita politico-parlamentare del Paese. È giusto commemorare questo evento la cui importanza è stata sottolineata dal citato grande storico Federico Chabod ma anche a sinistra da Gramsci e sul fronte del nuovo pensiero liberale dal giovanissimo Gobetti e da tanti altri, ma soprattutto dal popolo italiano che diede immediatamente una rappresentanza parlamentare molto importante ai candidati del PPI, eleggendo un centinaio di deputati.

I firmatari dell’Appello sono inizialmente undici[1], ma l’animatore e il protagonista indiscusso è uno: Don Luigi Sturzo. Ma poiché molti ricordano e conoscono Sturzo quasi esclusivamente per questo atto, certamente importantissimo ma non isolato, e per le sue polemiche economiche degli anni ‘50 del ‘900, io vorrei cogliere l’occasione per una riflessione più ampia su Don Luigi Sturzo che ho definito “un maestro per l’Italia di oggi e di domani[2].

Sturzo nasce nel 1871, poco dopo la breccia di Porta Pia, in un Italia da pochi anni unificata, monarchica e rurale, e ci lascia nel 1959 in una Italia democratica, repubblicana, industrializzata e lanciata verso un poderoso sviluppo economico. Una vita lunga, dunque, generosa, che accompagna la nascita dell’Italia contemporanea, caratterizzata da tanti eventi decisivi che Sturzo vive tutti intensamente, con sempre grande partecipazione, attraverso due guerre mondiali, l’ingresso dei cattolici organizzati nella politica nazionale, una ventennale dittatura fascista, un confronto tenace con i movimenti marxisti e comunisti, il referendum istituzionale di monarchia e repubblica, l’assemblea costituente e la nascita della Costituzione repubblicana che segna la quasi miracolosa convergenza pacifica delle grandi culture politiche del Paese, la ricostruzione italiana dopo le distruzioni della guerra, l’avvio del processo di unificazione europea del quale Sturzo fu, da sempre, artefice e profeta.

Ripercorrerò la sua vita nei suoi momenti fondamentali: l’impegno municipalista (dal 1899 al 1920); Sturzo politico nazionale, fondatore del Partito Popolare Italiano con l’Appello “A tutti gli uomini liberi e forti” (1919); l’azione politica a livello nazionale e lo scontro con il fascismo (1920 – 1924); l’esilio (1924-1946); l’impegno per la ricostruzione dell’Italia con la lotta contro “le tre male bestie”: partitocrazia, statalismo e sperpero del denaro pubblico (1946-1959).

Sturzo è tante cose: filosofo, sociologo, profondo e competente economista, amministratore pubblico e sindaco di altissimo livello, politico tra i più importanti del Novecento italiano. Ma una cosa va detta subito. Fu sempre e soprattutto uno spirito profondamente religioso e sacerdote intenso, totale, dedito alla sequela di Cristo e alla rigorosa fedeltà alla Chiesa, anche quando questa lo farà soffrire.

Luigi Sturzo nasce a Caltagirone (Catania) il 26 novembre 1871 in una famiglia dell’aristocrazia agraria, animata da profonda sensibilità religiosa (una sorella abbracciò la vita monacale e il fratello maggiore Mario fu sacerdote e poi apprezzato vescovo di Piazza Armerina). Diventa sacerdote nel 1894 (23 anni). Nel 1898 si laurea in teologia all’Università Gregoriana di Roma. Nel 1899, sulla spinta della Rerum Novarum (1891), del Vangelo, della consapevolezza delle difficoltà di vita dei poveri, che aveva visto nei quartieri popolari romani, della durissima reazione militare di Crispi contro il movimento contadino democratico e civile dei fasci siciliani, decise di volersi impegnare nel sociale e nella vita politica. E incominciò nella sua città: dal municipio di Caltagirone.

STURZO MUNICIPALISTA, CON UN PROGETTO

Era molto giovane (28 anni) l’esile pretino don Luigi, quando incominciò la sua azione formidabile di animatore e organizzatore culturale, politico, sociale, economico della sua terra e della sua comunità. Organizzò i cattolici di Caltagirone in un progetto culturale e politico di largo respiro, fece comprendere ai suoi concittadini che il Comune non era proprietà privata dei notabili, ma bene comune, attore dello sviluppo, pilastro del vivere civile. Organizzò cooperative rurali e bancarie, creò scuole, fondò giornali, costruì una rete di “complicità” con altri giovani sacerdoti della sua età. È grazie al lavoro formidabile che fece da giovane nella sua terra, che emergerà poi come leader nazionale[3].

Il giovane Sturzo non si muoveva in una società favorevole, anzi dovette affrontare un mondo terribilmente ostile. Basta un episodio per far luce su questo. Sturzo inizia ad interessarsi dei temi della sua città ed a preparare il movimento cattolico cittadino nel 1899. Pochi anni prima, nel 1894, il Procuratore della Repubblica di Caltagirone, inaugurando l’anno giudiziario, diceva: “Il saper leggere e scrivere ha dato luogo a molti inconvenienti e, specie nelle contese elettorali, alla rovina delle masse”. E nelle sue memorie Giolitti ricorda che da Caltagirone, in quegli stessi anni, venne “la richiesta dell’abolizione dell’istruzione elementare perché i contadini non potessero, leggendo, assorbire idee nuove”. Questa è la Caltagirone nella quale il ventottenne pretino di Caltagirone inizia il suo apostolato e le sue battaglie, con le quali ha cambiato il mondo chiuso del Comune della sua città, che da feudo di notabili per i propri interessi è stato trasformato da Sturzo e dai suoi in un soggetto fondato su principi, regole, operatività al servizio di tutti, in una vera comunità. Ed è riuscito a fare scuola ben oltre Caltagirone, e ben oltre il suo tempo.

Don Sturzo dedica a Caltagirone gli anni dal 1899 al 1920, cioè da quando ha 28 anni a quando ne ha quasi 50: la parte centrale della sua vita. E anche tutte le battaglie che verranno poi, che sono ‘negative” - contro lo statalismo, contro l’accentramento - trovano qui la loro radice positiva. Egli parte dal Comune, anche perché í cattolici a quell’e­poca avevano divieto di interessarsi alla politica nazionale, mentre nella politica delle comunità locali il divieto era meno rigido. Da lì parte questo giovane sacerdote, che ha ricevuto il messaggio dell’impegno sociale e politico dalla Enciclica Rerum Novarum, che è del 1891. È da questa grande Enciclica che riceve la scossa, il messaggio forte che gli fa dire: “Non basta essere sacerdote, voglio essere un sacerdote impegnato per la mia società, per la mia comunità”.

La Rerum Novarum è l’Enciclica che spiega con grande chiarezza che prima di tutto viene la persona, la libertà della persona, la dignità della persona, e che per preserva­re ciò ci sono le società intermedie, che non derivano dallo Stato, perché sono le cellule primordiali della società: la famiglia, il Comune, e da lì via via si sale con il principio di sussidiarietà verso l’organismo-Stato. L’energia è lì, la libertà è lì, è radicata nelle persone, nella famiglia, nel Comune, che è la prima società. È proprio dal Comune che si deve cominciare a creare una società più democratica, più civile, più partecipata, più coinvolgente, che è poi l’obiettivo unitario della sua vita.

Esattamente come è oggi, dove solo nel Comune i cittadini trovano spazi di una reale partecipazione.

Inizia ad interessarsi ai temi della sua città diventando prima consigliere comunale, all’opposizione, nel 1899. A quell’epoca, la città è dominata da due forze politiche: i notabili liberali, che avevano un po’ il dominio in tutta l’Italia, e un movimento radicale più populista che popolare, molto confuso nelle sue idee. Il Comune in quel momento è fondamentalmente uno strumento per realizzare interessi di parte, gli obiettivi della classe dominante, che è convinta di dominare per l’eternità, È contro questo schema che si muove il piccolo, esile prete di Caltagirone.

Sturzo si muove subito con una grandissima competenza, con una grandissima tenacia, con una grandissima serietà sulle cose. Non lascia niente al caso: studia, prepara la sua squadra. Questi cattolici, che si affacciano alla vita politica, sono cattolici che lavorano, ricercano, sviscerano i problemi, guidati da quest’uomo con un talento naturale. Quando si leggono certi documenti di diritto amministrativo e certi documenti di economia e di bilancistica di Sturzo ci si domanda dove abbia imparato tutte queste cose, perché rapidamente mostra, accanto alla passione e alla lucidità politica, una competenza straordinaria! E questa è una delle caratteristiche della sua azione, lì e per sempre. Vince perché ha la passione, vince perché ha la lucidità, vince perché è impegnato allo spasimo in quello che fa; ma vince anche perché è bravo: studia i problemi fino in fondo e insegna ai suoi compagni a fare lo stesso.

I cattolici si preparano duramente alla opposizione per sei anni, dal 1899 al 1905, e si preparano per la prima volta nella scena politica italiana portando dei progetti, delle idee, delle prospettive, non dei puri scontri di interesse personale o perso­nalistico, come era abituata la dialettica politica non solo a Caltagirone.

Sei anni di preparazione: riflessione su che cos’è il Comune, i principi del Comune, che cosa dobbiamo essere perché il Comune sia una comunità e non sia un aggregato amministrativo al servizio di qualcuno che in quel momento ha semplicemente in mano le leve del potere. Il suo discorso di Caltanissetta del 1902 è stato giustamente chiamato la “Magna Charta del municipalismo italiano” e se uno lo rilegge oggi ritrova moltissimi pensieri e riflessioni di straordinaria attualità.

Nel 1905, dopo sei anni di preparazione, Don Sturzo vince alla grande le elezioni a Caltagirone e porta i cattolici al comando del suo Comune: 32 consi­glieri sono del centro cattolico e 8 sono radicali. Don Sturzo ha 34 anni, viene nominato prosindaco (perché come sacerdote non poteva essere sindaco, ma di fatto vuol dire sindaco) e rimarrà tale dal 1905 al 1920, donando un impegno straordinario al servizio della sua città.

Anche negli anni in cui era all’opposizione, è sempre stato un consigliere molto costruttivo, non ha mai preso una posizione preconcetta. È sempre stato un consigliere molto collaborativo, perché l’obiettivo di governare bene la città era il suo obiettivo centrale. E anche come oppositore, dove era necessaria la sua capacità, la sua conoscenza, era pronto a darla anche ai suoi avversari.

La sua azione è basata su alcuni concetti fondamentali. Il Comune non è un ente che deriva il suo potere da un atto di decentramento dello Stato; è una comunità primaria, che ha suoi diritti innati, di libertà e di autonomia, che vanno inseriti nel disegno statuale, ma che non sono “concessi”: sono originari. Tante volte si è dibattuto se Don Sturzo fosse federalista. Non ha mai avuto dubbi su questi punti fondamentali: il Comune non è soltanto un organo amministrativo; è una cellula politica, è una comunità; il Comune, i servizi comunali sono al servizio della comunità; questa comunità non è derivata dallo Stato, ha la sua forza originaria, la sua autonomia, la sua sfera di libertà e di energia che deve essere liberata. Secondo me, questo è il nucleo fondante del pensiero federalista, al di là delle definizioni, e quindi io considero Don Sturzo autenticamente e profondamente federalista.

L’altro punto fondamentale di Don Sturzo, è che non si chiude nel municipalismo autarchico, gretto (“penso solo alla mia città”), bensì fin dall’inizio sente la necessità di costruire una rete di contatti e di pensiero - perché egli è anche un grande realista e sa che restando soli si è sconfitti, non si va da nessuna parte. Qui i suoi contatti importanti sono a Milano, dove si stava lavorando seriamente sia sul fronte socialista che sul fronte dei murriani della prima democrazia cristiana, e ha con entrambi collegamenti e scambi di idee e di collaborazione vivi.

Ma lavora molto anche nell’A.N.C.I., l’Associazione dei Comuni italiani creata a Parma nel 1901 dalle forze socialiste. Ecco ancora una prova della sua libertà di pensiero: Sturzo non si domanda se sono socialisti o meno; è un disegno che lui apprezza e dice “dobbiamo esserci” e ci va, in quanto sindaco. Diventerà anche vicepresidente dell’A.N.C.I. e darà un grande contributo all’Associazione nella creazione di un pensiero profondo del municipalismo.

Sturzo si presenta con un progetto politico molto concreto: uso frequente dei referendum popolari per coinvolgere il più possibile la popolazione, municipalizzazioni (che allora rappresentavano una posizione avanzata), autonomia finanziaria del Comune, recupero dei beni comunali utilizzati abusivamente (gli “usurpi”, come li chiamavano allora). E motiva molto bene la sua azione: questi signori che hanno fatto l’usurpo “creano il danno degli altri cittadini”, non del solo Comune. Il Comune deve evitare che attraverso il Comune alcuni cittadini possano danneggiare altri cittadini, possano derubare altri cittadini. È poi impegnato per la creazione dell’impianto elettrico (allora l’elettricità era alle prime realizzazioni in Italia); per l’acqua potabile, che mancava; per l’istruzione e la formazione nelle scuole civiche. E qui è bellissimo osservare che si ispira a Milano, che fin dal 1860-1870 aveva investito nelle scuole civiche. La funzione che hanno avuto le scuole civiche a Milano è straordinaria. E Don Sturzo, questo pretino di Caltagirone, lo sapeva e dice ai suoi: “dobbiamo fare come Milano”! E fa le scuole civiche, fonda la scuola della ceramica e investe tutto quello che poteva in quella direzione.

Era quindi una politica delle cose, che però non scadeva mai nella logica della pura amministrazione. Faceva politica facendo buona amministrazione. Ma era politica: mai ha pensato che gestire bene un Comune voglia dire non fare politica. Amministrare bene vuol dire fare politica, perché vuol dire impegnarsi per certi rapporti fra i cittadini, per garantire equilibri, equità e per avere un disegno di sviluppo. E per fare le cose bisogna essere molto competenti. E Don Sturzo era molto competente. Studiava sempre, imparava sempre ed era un mostro di bravura! L’autonomia, però, mai Don Sturzo l’ha giocata in chiave antinazionale, in chiave antistatale. La sua frase era: l’autonomia municipale è un grande bene, ma non va mai vista come elemento disgregante la compagine nazionale. È un elemento collante. Perché se nelle comunità dei Comuni la gente è forte, è convinta, è unita, se c’è un buon disegno in tutti i Comuni, allora anche il disegno nazionale può venire bene. Altrimenti la disgregazione è nei fatti, prima che nelle volontà.

Nel mio citato scritto entro in alcuni dettagli sull’azione concreta di Sturzo pro-sindaco. Ad esso quindi rinvio. Ma ho voluto riprendere qui i passaggi fondamentali del suo pensiero e della sua azione municipalista, perché essi sono, a mio giudizio, di sconvolgente attualità. È da lì che dobbiamo riprendere il nostro cammino se vogliamo salvare quello che resta della pericolante democrazia italiana e se vogliamo riprendere un cammino di sviluppo anche economico.

STURZO POLITICO NAZIONALE. L’APPELLO “A TUTTI GLI UOMINI LIBERI E FORTI” E LA CREAZIONE DEL PARTITO POPOLARE ITALIANO

La notorietà acquisita con l’azione municipale a Caltagirone e nell’ambito dell’ANCI, e la sua naturale leadership chiamarono Sturzo a svolgere un’azione decisiva nell’organizzare un partito apolitico dei cattolici a livello nazionale, come sviluppo naturale dell’azione iniziata a livello locale, e come lui aveva già preconizzato in un famoso discorso di Caltagirone del 1905[4].

Fu l’Appello a tutti gli uomini liberi e forti del 18 gennaio 1919 che segnò la nascita del Partito Popolare Italiano, del quale egli fu il primo segretario. Ma l’Appello non piove dal cielo. È il culmine di un processo che per Sturzo inizia nel 1899 e che vede il contributo di molti altri gruppi e personalità cattoliche. In questo processo converge l’azione dell’Opera dei Congressi con i giovani democristiani, l’azione fondamentale di Romolo Murri, il Programma della Democrazia cristiana, detto Programma di Torino nel 1899, il contributo di Giuseppe Donati segretario della Lega democratica Nazionale che raccolse l’evento della Lega democratica di Murri, le battaglie dell’Osservatorio Cattolico di Milano che portò all’incarcerazione per sovversismo di Don Davide Albertano, naturalmente la Rerum Novarum con tutta l’energia che essa promosse nel mondo cattolico[5], gli insegnamenti di Giuseppe Toniolo, l’azione dell’Unione Popolare che vide Sturzo segretario nazionale su nomina di Benedetto XV, l’azione efficacissima di Monsignor Geremia Bonomelli, sacerdote bresciano e per quarant’anni vescovo a Cremona, le prime deroghe al Non Expedit che permise l’ingresso alla Camera di un primo drappello di “cattolici deputati” (non deputati cattolici, si precisò), l’azione di rottura del lombardo Filippo Meda, che svettava tra questi nuovi eletti e che aveva dichiarato una “lealtà istituzionale senza riserve verso le istituzioni che ci reggono” e che nel 1916 accettò l’incarico di Ministro delle Finanze (primo ministro cattolico) in un governo di unità nazionale (Gabinetto Boselli e poi in quello successivo di Orlando). Accettando l’incarico di ministro Filippo Meda “sentiva di adempiere al compito di eliminare gli ultimi pregiudizi ancora esistenti nei confronti dei cattolici”.

Solo pochi cenni per dare un’idea del lungo, tormentato e affascinante travaglio che portò i cattolici ad inserirsi nella vita politica nazionale, e che segna, con l’Appello a tutti gli uomini liberi e forti, un passaggio decisivo ma preparato da questo lungo travaglio [6].

L’Appello è la sintesi conclusiva di questo processo e passa alla storia perché:

  • viene emesso nel momento giusto;
  • non si rivolge ai cattolici ma a tutti gli uomini liberi e forti, “che in questa grave ora sentono il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria senza pregiudizi né preconcetti”;
  • esprime con chiarezza il principio di aconfessionalità senza per nulla mimetizzare la bandiera dell’ispirazione cristiana ma anzi alzandola con forza e convinzione;
  • è limpido e lineare;
  • ha come asse portante il principio di libertà;
  • è abbinato ad un programma politico specifico e concreto fatto proprio del nuovo partito;
  • era un atto coraggioso, poiché la revoca del diniego a partecipare alle elezioni politiche, il famoso Non Expedit, fu comunicato dalla Santa Sede solamente a ridosso del voto, a novembre del 1919;
  • era proposto da un leader altamente credibile, rispettato e ispirato.

L’AZIONE POLITICA A LIVELLO NAZIONALE E LO SCONTRO CON IL FASCISMO

Ben presto la partecipazione politica di Sturzo all’agone na­zionale divenne motivo di scontro durissimo — perché di principio — con il Fascismo. Mussolini — che se ne inten­deva — dichiarò subito Sturzo il suo più grande, vero nemico. Sturzo fu costretto a lasciare la carica di segretario del Partito Popolare il 10 luglio 1923. Farinacci lo definì.: «immondo prete di Caltagirone, reietto della nostra stirpe, figuro di cui sentiamo rossore per saperlo nato cittadino italiano»; e chiese che lo si obbligasse a svestirsi dell’abito talare. Pio XI, fece un discorso nel quale invitò i sacerdoti a limitarsi a esercitare la propria missione nella carità e, in attuazione di tale direttiva, il Segretario di Stato inviò a tutti i vescovi una circolare riservata nella quale si invitavano i sacerdoti ad astenersi dalla collaborazione a giornali di qualsiasi colore. Sturzo era zittito. La Civiltà Cattolica suggerì addirittura di sconfessare apertamente Sturzo e il Partito Popolare. Sturzo ricevette minacce personali. Dal giugno al settembre 1924 egli visse in stato di semi-clandestinità.

Sturzo fu, forse, il più rigoroso tra i cattolici nel sostenere da subito l’inconciliabilità ontologica tra il pensiero cristiano ed il fascismo[7]. Sostenne questo con coraggio in tante occasioni e soprattutto, nel fondamentale discorso pronunciato al Congresso del Partito Popolare tenuto a Torino il 12-14 aprile 1923 quello che Mussolini definì: «il discorso di un nemico». L’odio mortale di Mussolini nei suoi confronti era la prova ulteriore di questa assoluta inconciliabilità. E la Chiesa umiliò Sturzo costringendolo non solo a dare le dimissioni da segretario del Partito Popolare ma a lasciare l’Italia. Il 25 ottobre 1924 Sturzo partì per un esilio che durò 22 anni, fino al 6 settembre 1946: perché questa era una delle condizioni chiave che Mussolini aveva posto per siglare un patto concordatario con la Chiesa. E Sturzo ubbidì alla sua Chiesa.

L’ESILIO: DAL 1924 AL 1946

Il 25 ottobre 1924 Sturzo partì per l’Inghilterra. Da qui si trasfe­rirà presto negli USA, per tornare in Italia solo nel ‘46. Ha così inizio una nuova fase della sua vita, fatta di ristrettezze e difficoltà, ma tutta dedita allo studio, al pensiero e agli scritti.

Molti dei suoi lavori più importanti furono elaborati proprio in questo lungo esilio, durante il quale Sturzo crebbe molto sul piano internazionale: nella conoscenza del mondo e dei problemi internazionali, nella sua statura di grande ambasciatore della migliore Italia e di profeta di pace, maturando una nuova visione dell’ordine globale.

Questi anni, per tanti aspetti così dolorosi, sono quelli che gli permisero di stringere amicizie importanti come quella con un altro esule, il laico e liberale Gaetano Salvemini; e tanti altri. C’è chi pensa che dobbiamo un po’ di riconoscenza a Mussolini per il fatto che, impedendo a Sturzo l’azione politica in Patria, gli permise di approfondire temi di filosofia, di sociologia, di economia e i principi dell’ordine internazionale, che ne hanno fatto un pensatore conosciuto e apprezzato anche internazionalmente.

Sarà De Gasperi a scrivere in una lettera a lui indirizzata l’importanza che la sua presenza e la sua azione sul piano internazionale aveva per il buon nome dell’Italia[8].

IL RITORNO, LA STRENUA BATTAGLIA E IL SECONDO ESILIO IN PATRIA: DAL 1946 AL 1959

Al suo ritorno in Italia, nel ‘46, Sturzo aveva 75 anni; e molti sperarono che la vecchiaia potesse frenare la sua voce severa. E invece la sua voce risuonò: alta, libera e forte, fino all’8 agosto del 1959, data della sua morte.

Fu questa la sua ultima grande battaglia, quella contro «le tre male bestie», come le chiamava lui: partitocrazia, statalismo e sperpero del denaro pubblico. Ma poiché le tre “bestie” facevano comodo a molti, egli visse quello che è stato giustamente chiamato un secondo esilio, fatto di isolamento e di ignoranza. Da molti fu definito un sorpassato, e invece era semplicemente solo: solo davanti a tutti. Come lo è ancora oggi, davanti a tutti. Per questo la sua voce è ancora così attuale. Come attuale è l’impegno, la speranza, l’ottimismo che non lo lasceranno mai.

I temi dello sviluppo italiano ritornarono al centro dei suoi interessi — mentre si avvicinava il tanto desiderato momento del ritorno in Patria — e — dopo il ritorno — dal 1946 alla morte. Tra questi, egli riprese i temi dello sviluppo della sua amata Sicilia, dove però non sarebbe mai più ritornato. Sin dall’epoca della sua permanenza negli Stati Uniti, Sturzo si sforza di promuovere uno statuto regionale che assicuri alla Sicilia una forte autonomia e, ottenuto questo traguardo, di tro­vare il modo per garantire un uso retto, serio e produttivo di tale autonomia.

A tutti i siciliani raccomanda di contare sulle proprie forze, di creare, rifare, riorganizzare tutto localmente, senza aspettare nulla dal centro. Perché al centro i problemi locali venivano visti in modo improprio: burocratizzato e politicizzato. Invita la Regione a promuovere l’afflusso di capitali esterni, utili allo sviluppo; ma in primo luogo, egli sostiene, sono i capitali siciliani a doversi muovere.

Raccomanda una struttura burocratica e una finanza pubblica agile e produttiva. Implora di non scimmiottare la burocrazia romana; e invita la Regione a non inventare le “sue” partecipazioni statali! Sollecita l’impegno per l’industrializzazione, che non deve essere fatta, però, di cattedrali nel deserto; né va sviluppata a detrimento dei beni e delle esigenze prioritarie della Sicilia, che sono: turismo, agricoltura specializzata, foreste, pesca, impianti idro-elettrici, connessa utilizzazione di acque irrigue, porti, ferrovie.

A leggere i suoi scritti di quegli anni, sulla Sicilia e sul Mezzo­giorno in generale, si stringe il cuore: perché i siciliani ed i meridionalisti in generale hanno fatto esattamente il contrario di quello che Sturzo aveva raccomandato. E immaginare cosa sarebbero oggi la Sicilia e il Meridione se gli abitanti di queste terre avessero seguiti gli indirizzi di Luigi Sturzo, lascia sgomenti. Sturzo ne è consapevole. E soffre. Ma mai perderà la speranza, la volontà di battersi, l’ottimismo della volontà, L’ultimo Appello ai siciliani è del 24 marzo 1959: Sturzo ha ottantasette anni e morirà pochi mesi dopo. È uno scritto impor­tante, vigoroso, tutto proiettato sul futuro, La sua visione della Sicilia e della politica economica siciliana — e meridionale — è cruda e realista, Lo scritto è indirizzato ai siciliani; ma vale, ancora oggi, per tutta l’Italia e anche oltre; se non in tutti i contenuti, certamente per l’approccio e per il metodo.

Ma questa battaglia per lo sviluppo del Meridione degli anni ‘50 era tutt’uno con la sua ultima, dura battaglia a livello nazionale, finalizzata a evitare che l’intera economia italiana venisse sopraffatta dallo statalismo e dall’affarismo. È questa la battaglia che ha indotto molti a relegarlo in una posizione di vecchio conservatore, ultra-liberista, alimentando nei governanti democristiani del tempo — i post degasperiani, quelli che porteranno il Paese e la stessa Democrazia Cristiana alla rovina — una ostilità tenace contro di lui che non si è mai spenta del tutto, tanto che ancora oggi i più longevi di loro continuano a vomitare veleno sul più grande pensatore e politico cattolico del ‘900.

Sono le radici profonde del pensiero economico di Sturzo e del suo concetto di sviluppo, che nel corso degli anni ‘50 lo portarono a condurre la sua ultima, disperata, solitaria, eroica battaglia contro lo statalismo nell’economia e contro l’inevitabile affarismo nello statalismo. Sturzo non è un vecchio liberista al servizio di forze conservatrici, come allora lo classificarono quelli che diventeranno i distruttori della DC. È un uomo di pensiero che conosce la storia dell’uomo ed è ancorato ad un sistema di valori eterni, radicati nei principi della verità e della libertà. È lo stesso pretino che, a trent’anni, combatté la dura battaglia per liberare il suo Comune dagli intrecci politico-affaristici al fine di realizzare la vendita dei latifondi comunali, È lo stesso uomo che, ad ottant’anni, si ritrova a combattere la stessa battaglia, su base nazionale, contro il nuovo intreccio politico-affaristico che porterà il Paese alle tragedie degli anni ‘70 e ‘80: inflazione, terrorismo, recessione. Sturzo rivendicò sempre l’unitarietà della sua linea: prima del ‘19 e dopo il ‘19; prima del ‘24 e dopo il ‘24; prima del ‘46 e dopo il ‘46. È sempre lo stesso Sturzo, nei principi di fondo. E chi conosce il suo pensiero non può non riconoscere questa continuità ed universalità, proprio perché il suo è un pensiero radicato in un sistema di principi universali tra loro collegati: verità, libertà, unitarietà della libertà (perché non può esistere libertà politica, civile e religiosa senza libertà economica), la persona umana al centro dello sviluppo, il principio di sussidiarietà.

Già Guicciardini aveva detto: “Quanto uno privato erra verso el principe e committe crimen laese maiestatis, volendo fare quello che appartiene al principe, tanto erra uno principe e committe crimen laesi populi, faccendo quello che appartiene a fare al popolo e a’ privati; però merita grandissima riprensione el Duca di Ferrara faccendo mercatantia, monopoli e altre cose meccaniche che aspettano a fare a’ privati”.

La strenua ed isolata battaglia di Sturzo negli anni ‘50 non è dunque un servizio all’ultra-liberismo, ma è un grido contro il crimen laesi populi: è una battaglia universale. Certo egli vede cose che altri non vedono ancora. Egli, come è tipico degli uomi­ni speciali, dei profeti, vede le cose prima che diventino visibili a tutti. Vede i primi, deboli segnali di pericolo e grida: allerta! Ma gli uomini hanno bisogno che la casa bruci prima di accorgersi del pericolo, Ed alcuni non se ne accorgono neanche dopo che la casa è bruciata.

Sturzo rappresenta una vetta del pensiero economico cattolico liberale. Moltissime delle sue indicazioni, rilette oggi, appaiono veramente profetiche. Il suo pensiero si inserisce nel grande filone centrale del pensiero laico occidentale, illuminato dal principio di libertà. Ma al contempo è straordinariamente coerente con il pensiero della dottrina sociale della Chiesa.

IL SECONDO ESILIO IN PATRIA

Nonostante i suoi avversari - in gran parte, come lui, cattolici - abbiano sempre sollevato potenti cortine fumogene intorno alla sua figura, distorcendo e nascondendo la verità e dicendo su di lui autentiche falsità, ora che, col passare del tempo, le cortine fumogene si vanno diradando, riscopriamo in Sturzo (e per molti è una vera scoperta):

  • un grande uomo di fede ed un autentico cristiano;
  • un grande amministratore pubblico e modello di sindaco;
  • l’inesauribile apostolo della libertà, fortemente radicata nella fede e funzionale alla dignità della persona umana, secondo la migliore dottrina sociale della Chiesa;
  • un coraggioso e intransigente antifascista;
  • un rigoroso antistatalista e difensore dell’integrità della finanza pubblica di fronte all’assalto alla diligenza che soprattutto i democristiani, ma poi anche i socialisti, avevano scatenato sulle pubbliche finanze;
  • un profondo sociologo ed economista, dello sviluppo da associare ai grandi del pensiero dell’umanesimo economico liberale come Roepke, Passarin d’Entrèves, Bresciani Turroni, Luigi Einaudi; alla scuola di Friburgo di Walter Eucken: Franz Boehm, Alexander Rustow, Alfred Mueller Armack. Pensatori, questi, che rappresentano la base intellettuale dell’economia sociale di mercato, paradigma socioeconomico utilizzato dal cancelliere Adenauer e Ludwig Erhard -suo ministro dell’economia e poi a sua volta cancelliere, nonché grande estimatore di Don Sturzo (che definì: grande economista) - per guidare la spettacolare rinascita economia e democratica di cui fu protagonista la Germania del secondo dopoguerra.

Per molti Sturzo è una figura nuova, che emerge solo oggi in tutta la sua grandezza ed attualità, finalmente limpida nella sua dimensione più vera di grande religioso, pensatore, politico, sociologo ed economista.

L’azione mistificatoria del pensiero e dell’azione di Sturzo è durata a lungo. L’abbiamo incontrata anche quando ci si è impegnati per avviare la causa di beatificazione (nel 1996 fu negato il Nihil Obstat dalla Conferenza episcopale del Lazio) contro la quale molti democristiani si sono impegnati a fondo, tanto da far parlare di un secondo esilio in Patria:

senza volere in alcun modo anticipare il giudizio ufficiale della Chiesa, devo confessare che la lettura della vita e degli scritti di Don Sturzo ha costituito per me una piacevole sorpresa, facendomi scoprire uno straordinario ministro di Dio che ha coniugato Vangelo e politica, traducendo il suo ministero sacerdotale in carità politica. È un vero peccato che egli resti ancora poco conosciuto in Italia, quasi confinato in una sorta di secondo esilio”. (Card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, dall’omelia pronunciata il 7 agosto 2010, in occasione della chiusura dell’anno sturziano indetto dalla diocesi di Caltagirone per commemorare il 50° anniversario della morte di Don Sturzo).

Dopo l’esilio “fisico”, quindi, ci fu quello “culturale”, forse più doloroso del primo.

Ma se l’ostracismo da parte di ambienti cattolici e democristiani era anche uno scontro di interessi tra chi, attraverso la politica, voleva impadronirsi di fette sempre crescenti dell’economia e chi voleva porre un argine allo statalismo, i pregiudizi contro Don Sturzo provenivano anche da parte di studiosi indipendenti o presunti tali.

L’esempio più limpido di ciò lo troviamo nella dispensa sesta delle Prediche Inutili di Luigi Einaudi dal titolo: “Liberismo, il liberalismo o della continuità di Sturzo”. Einaudi prende le mosse da un articolo dello storico Luigi Salvatorelli sulla Stampa del 18 novembre 1958, che si concludeva con questo giudizio:

“Don Sturzo ha combattuto queste battaglie (contro lo stato moderno, liberale, laico, inspirato da una umanità morale autonoma, cioè dalla “morale naturale” battaglia continua e crescente, a prò di una chiesa che da sola detiene la legge morale per tutti) coerentemente, intransigentemente, dal suo clericalismo temporalista di fine Ottocento al suo liberismo antisociale di questi giorni”. (Sembra inverosimile che uno storico possa dire tante sciocchezze in così piccolo spazio).

Commenta Einaudi:

“Qualsiasi fosse il punto di partenza di Luigi Sturzo alla fine dell’Ottocento, oggi il suo punto di arrivo non è certamente quello definito dall’insigne storico con le parole da me sottolineate. In primo luogo, non posso far gran torto allo Sturzo attribuendogli un “liberismo” che, se è quello corrente nella accezione comunemente invalsa, è un fantoccio di cui nessun studioso serio conosce l’esistenza, fantoccio inventato da chi attribuisce agli economisti idee che essi non hanno mai professato. Non posso far quel gran torto a Luigi Sturzo perché, assiduo lettore dei suoi articoli sul “Giornale d’Italia”, vedo che egli difende le opinioni antistatalistiche, antidirigistiche, antisocialistiche non solo con gli argomenti della logica comune, di cui, per ragion di divisione del lavoro, si servono preferibilmente gli economisti, sebbene, e massimamente, con riflessioni d’indole politica e morale. Sturzo è contrario alle idee che combatte non tanto perché sono cagione di danno economico – ed il certo danno economico è tuttavia il minore -, ma sovrattutto perché corrompono la società politica, asserviscono gli uomini, conducono alla tirannia ed alla immoralità. Egli, in quanto antisocialista, antidirigista, ecc. ecc. non vuole il “liberismo” che è cosa piccola; vuole il “liberalismo” nell’ampio senso tradizionale suo proprio.

Al suo, che dal Salvatorelli è denominato “liberismo” e da me invece “liberalismo”, non si può in ogni modo apporre l’aggettivo “antisociale”.

Mi si consenta qui un ricordo personale che può essere utile per capire il seguito. Io mi accostai da solo a Don Sturzo, nei primi anni ‘50, nel corso del liceo. Ero un giovane che potrei definire progressista ma non di sinistra, perché, allora, sinistra equivaleva a collettivismo, e la mia educazione, nell’ambito di una famiglia autenticamente e da sempre antifascista, e di un meraviglioso liceo classico che mi guidò a capire le radici antiche della libertà, non lasciavano in me dubbi sul fatto che, in quegli anni, sinistra=collettivismo=nuovo fascismo. Io quindi mi consideravo progressista e “ribelle per amore”. Con questa impostazione personale potevo essere vittima, come molti giovani di allora, della visione, allora dominante, di Sturzo come vecchio liberale sorpassato. Fui salvato dalla mia curiosità. Non mi è mai piaciuto ragionare per interposta persona. Incominciai così a leggere gli articoli di Don Sturzo sul “Giornale d’Italia”. E mi resi conto che in Sturzo parlavano sempre libertà e verità e che la sua linea era combattuta da chi voleva l’asservimento dell’economia ai partiti, quella linea che grandi democristiani (come De Gasperi e Vanoni) avevano cercato, invano, di combattere, pur senza nulla cedere allo spirito di socialità e di solidarietà (si rilegga il mirabile ultimo intervento in Parlamento di Vanoni, dove illustra il concetto che la gestione rigorosa della spesa pubblica è una delle più alte manifestazioni di socialità).

Certo neanche Sturzo aveva sempre ragione: per esempio sulla questione Nuova Pignone, come ho tante volte scritto, Sturzo aveva torto e La Pira aveva ragione. Ma era la linea di fondo che contava. E quella linea trovava riscontro con fatti apparentemente difficili da conciliare. Come mai questo “pretaccio”, superato liberale, aveva una grande sintonia se non amicizia con laici progressisti come Ernesto Rossi e Salvemini? Come mai questo “vecchio rimbambito” come fu definito da un’importante personalità politica dopo il suo ultimo discorso al Senato, nel quale rinnovava la sua forte critica alla partitocrazia, veniva nominato (17 settembre 1952) senatore a vita per “altissimi meriti nel campo scientifico e sociale” dal più limpido e libero presidente della Repubblica italiana, come Luigi Einaudi? Fu tutto questo che mi portò sin dal Liceo a conoscere ed amare Don Luigi Sturzo e a eleggerlo maestro per il futuro.

Il futuro è arrivato. Il non avere seguito i suoi insegnamenti (e di altri come lui con al primo posto De Gasperi), ci lascia un Paese che molti di noi ed io in prima fila mi vergogno di consegnare ai nostri nipoti. Un Paese dominato da un capitalismo predatorio, da una corruzione spaventosa, da una malavita sempre più organizzata, come era inevitabile che fosse senza combattere le tre male bestie di cui parlava Don Sturzo. E tutto ci porta a scaricare ancora di più sulla gestione pubblica tutti gli squilibri sociali ed economici che emergono, come cercano di fare oggi i nuovi populismi. Certo il quadro generale e internazionale si è molto complicato. Il nuovo capitalismo predatorio ha tante fonti e non solo i partiti (che son diventati assembramenti di bande) e le maggiori sono oggi di matrice internazionale.

Ma Don Luigi Sturzo ci insegna anche a non demordere mai e a credere e perseguire lo sviluppo. Ho usato il termine sviluppo e non semplice crescita economica, secondo una concezione che è propria del pensiero economico italiano, della grande scuola italiana che va dal Verri al Beccaria, da Carlo Cattaneo a Romagnosi. Concezione che è propria, inoltre, della Dottrina Sociale della Chiesa, e che verrà posta a base dell’enciclica Populorum Progressio firmata da Paolo VI nel 1967:

“Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”.

Così inteso, lo sviluppo è qualcosa di più di una mera aspirazione. È un dovere, in senso teologico:

“15. Nel disegno di Dio ogni uomo è chiamato a uno sviluppo…

16.Tale crescita (intesa come sviluppo integrale o crescita in umanità, n.d.r.) non è d’altronde facoltativa… Così la crescita umana costituisce come una sintesi dei nostri doveri…

  1. Mediante l’applicazione tenace della sua intelligenza e del suo lavoro, l’uomo strappa a poco a poco i suoi segreti alla natura, favorendo un miglior uso delle sue ricchezze. Mentre imprime una disciplina alle sue abitudini, egli sviluppa del pari in se stesso il gusto della ricerca e dell’invenzione, l’accettazione del rischio calcolato, l’audacia nell’intraprendere, l’iniziativa generosa, il senso della responsabilità”.

Queste parole riassumono bene il concetto di sviluppo del quale Sturzo fu portatore sin da quando, nel Sabato Santo del 1895, sotto la congiunta influenza della Rerum Novarum, dei fasci siciliani, degli studi romani all’Università Gregoriana, dove ebbe come professore Toniolo, e della presa di coscienza delle miserie di un quartiere popolare di Roma che visitò in occasione della benedizione pasquale, decise di impegnarsi nel sociale: di fare cioè quello che la citata Populorum Progressio, sulla scorta del Concilio Vaticano II, raccomanderà ben 72 anni dopo.

Questa visione sturziana dello sviluppo come fatto integrale che risulta dall’intelligenza, dalla libertà di intraprendere, dalla volontà, dalla responsabilità e dalla legalità - incivilimento, (come lo definivano i grandi pensatori laici italiani del ‘700-’800) - presenta sorprendenti analogie con il pensiero di un altro grande italiano, Carlo Cattaneo, pubblicato in un saggio intitolato: “Del pensiero come principio d’economia publica” del 1861, dieci anni prima della nascita di Luigi Sturzo. È improbabile che il sacerdote di Caltagirone abbia mai letto lo scritto di Cattaneo; ma rimarcare le analogie del pensiero economico in personaggi così diversi è importante per rivendicare il fatto che questa visione profonda ed umana dello sviluppo è una costante del grande pensiero italiano, sia laico che religioso. Ed è importante sottolineare questo fatto anche e soprattutto oggi perché, al contrario, da oltre cinquant’anni la dominante teoria americana non solo identifica lo sviluppo con la crescita quantitativa ad ogni costo, ma ha anche alimentato un concetto distruttivo di crescita economica basata solo o prevalentemente sul capitale e sullo sfruttamento più cieco delle risorse disponibili. Questa impostazione, oggi, è probabilmente giunta al capolinea. Emerge quindi la necessità di ripensare il concetto stesso di sviluppo. Ed è importante notare e annotare questi incroci di idee e di pensiero tra i grandi economisti italiani, da Sturzo a Cattaneo, da Romagnosi a Gioia, da Pecchio a Beccaria e al Verri incroci che risultano coerenti con gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa.

È dunque questa concezione integrale dello sviluppo, inteso come incivilimento, tipica della tradizione italiana, che anima e guida Sturzo nell’azione sociale tra i contadini siciliani. Azione che si concretizza in molte direzioni. Fonda casse di mutuo soccorso, casse rurali di prestiti (la prima risale al 1895, e nel 1905 se ne contano già 145: uno sviluppo prodigioso) e cooperative. Organizza l’azione politica e amministrativa dei cattolici nel municipio di Caltagirone (1899: ha ventotto anni). Diventa pro-sindaco con una maggioranza di 32 seggi su 40 (1905: ha trentaquattro anni): incarico, quest’ultimo, che conserva sino al 1920, (avrà quarantanove anni).

Ed è proprio nel concetto di sviluppo che la visione di Sturzo si salda con il ruolo fondamentale che egli assegna alla libertà. La libertà in senso totale e integrale, comprensiva della libertà economica. Sturzo non ha mai nutrito dubbi sul fatto che non ci può essere sviluppo senza la libertà economica, senza la mobilitazione delle energie personali di ogni cittadino, senza un ruolo creativo dell’impresa, cellula primordiale della vita economica, come la famiglia lo è per la vita civile, come il Comune lo è per la vita collettiva.

Ma lontani da lui sono gli accenti talebani di alcuni liberisti del nostro tempo, epigoni dei Chicago boys che per imporre le proprie teorie liberiste hanno avuto bisogno del dittatore Pinochet. Sturzo non avrebbe dubbi nel sottoscrivere l’affermazione di papa Giovanni Paolo II: il mercato è un grande strumento per organizzare la vita economica ma vi sono cose “che non si possono e non si debbono né comprare né vendere”. E si troverebbe perfettamente a suo agio, nel paragrafo 42 della Centesimus Annus dove si pone una profetica distinzione tra il capitalismo finanziario predatorio e l’economia imprenditoriale e libera.

DE GASPARI E STURZO

Il fatto che il centro che mi ospita sia intitolato a De Gasperi mi ha indotto a sviluppare alcune riflessioni sui rapporti tra De Gasperi e Sturzo. De Gasperi è infatti un altro gigante del pensiero e dell’azione politica, e come grande testimone cristiano, dimostra che non esagerava lo storico Federico Chabod, che definì il superamento della segregazione dei cattolici dalla vita politica del Paese come avvenne con la costituzione del PPI, uno degli eventi più importanti della storia civile dell’Italia del ‘900.

De Gasperi non fu tra i primi firmatari dell’Appello ai Liberi e Forti, ma vi aderì poco dopo. Probabilmente i due si incontrarono personalmente per la prima volta in occasione del Congresso del PPI a Bologna nel giugno 1919 che De Gasperi fu chiamato a presiedere, riprova che Sturzo ben conosceva e stimava De Gasperi come esponente affermato del cattolicesimo trentino, legato alla dottrina cristiano sociale tedesca. Secondo la testimonianza delle figlie Maria Romana e Paola[9], Sturzo nello scegliere il nome di Partito Popolare Italiano trasse ispirazione dal Partito Popolare Trentino.

Secondo Giuseppe Sangiorgi[10] sia De Gasperi che Sturzo “discendevano dallo stesso padre, Giuseppe Toniolo, l’Abramo del cattolicesimo politico italiano”. La comune base di spiritualità, pensiero, obiettivi e la collaborazione nel periodo in cui l’uno era segretario del partito e l’altro capo del gruppo parlamentare, si mutò presto in amicizia, che li accompagnerà durante tutta la vita, malgrado la differenza di carattere e di esperienze e al di là delle occasionali divergenze politiche su vicende specifiche e talora importanti.

Fu purtroppo un periodo molto breve perché la violenza fascista e le preoccupazioni politiche della Chiesa, obbligarono entrambi a ritirarsi dalla scena politica. Sturzo nel luglio 1923 fu costretto a dare le dimissioni da segretario del partito[11] e nell’ottobre 1924 ad andare in esilio prima a Londra e poi negli Stati Uniti sino al 1946. De Gasperi comunicò le sue dimissioni da segretario del partito, carica che aveva assunto il 20 maggio del 1924, in una lettera a Sturzo del 29 dicembre 1925. La fede per la libertà e l’ostilità del Fascismo li univa in un comune destino. La loro sorte fu infatti simile. Sturzo esiliato all’estero, con tante difficoltà ma dove almeno poteva scrivere e parlare liberamente. De Gasperi finito nella prigione fascista (1927), poi pesantemente sorvegliato, senza lavoro, poi relegato in una sorta di confino in Vaticano, umile addetto alla biblioteca. In un certo senso almeno all’inizio, la sorte di De Gasperi fu peggiore di quella di Don Sturzo, anche perché doveva pensare ad una famiglia in gravi difficoltà (si era sposato nel 1922 con una donna, Francesca Romani, fortunatamente molto forte ed aveva già due figlie).

La forzata separazione sospese, per parecchio tempo, il loro colloquio. Fu De Gasperi a riprenderlo con una lettera del 28 dicembre 1933. È una lettera molto bella, molto umana, che ragguaglia Sturzo sulle vicende della sua famiglia (è nata la quarta figlia) e gli racconta della sua gioia nel salire d’estate sulle sue montagne. La lettera, evita, intenzionalmente, ogni riferimento alle vicende politiche; tuttavia contiene una riflessione di grande profondità e attualità politica anche per i nostri tempi così barbari e amari: “Penoso è particolarmente il dover assistere inerti all’oscuramento di idee che avevano illuminato tanto cammino della nostra vita… è che come politici si può ben considerarsi morti, ma come cattolici no, a meno di non perdere la fede”.

La corrispondenza riprende e si intensifica dal 1944 in vista della ricostruzione democratica del Paese e del previsto rientro di Sturzo. È una corrispondenza che contiene passaggi commoventi come quando Sturzo manda in dono 1500 dollari “che sono una buona parte dei doni ricevuti per il mio giubileo sacerdotale specialmente dal clero americano, da destinarsi secondo il suo desiderio, 1000 al partito, e 500 alla S.E.L.I. per il miglior libro sulla storia della democrazia italiana in Italia”; o come la lettera di De Gasperi del 26 ottobre 1945: “Caro Sturzo, ho ricevuto due pacchi, uno inviato col tuo nome, uno con quello di Collin[12]. Ringrazio vivissimamente soprattutto per le due maglie, perché ero male in arnese”. Altre lettere trattano il problema del ritorno di Sturzo che sollevava preoccupazioni in molti e soprattutto nel vertice della Chiesa. Tanto da posticipare il rientro di circa un anno. Colpisce la delicatezza con cui De Gasperi tratta questo delicato tema e spiega a Sturzo le ragioni istituzionali per cui parte della Chiesa (e Montini in primo luogo) temeva che la notoria mancanza di diplomazia di Sturzo e il suo amore per la schiettezza e la verità potessero turbare la linea di assoluta neutralità che la Chiesa aveva assunto nei confronti della questione istituzionale: Repubblica o Monarchia, essendo Sturzo apertamente a favore della Repubblica[13]. Ma altri volevano indirizzare Sturzo verso un ritiro vero e proprio ipotizzando, con la scusa della salute, il suo insediamento in un luogo di villeggiatura (Anzio o Amalfi). Ma Sturzo chiuse la discussione scrivendo a De Gasperi con grande determinazione, come era nel suo carattere combattivo: “Io vengo a due condizioni: primo che io stia dove sei tu, secondo che io non abbia nessun incarico… Non vengo per baciare i parenti, gli amici o la terra della mia patria, ma per servire il Paese… verrò per mettere la mia esperienza a vostra disposizione, per contribuire alla rinascita del Paese, per curare l’edizione dei miei scritti”. E De Gasperi elimina ogni equivoco con una presa di posizione personale, schietta e commovente: “Gli amici vecchi e nuovi faranno ressa intorno a te. Già l’annuncio del tuo imbarco aveva messo in subbuglio Napoli; così sarebbe a Roma. Ecco perché io avevo pensato ad un soggiorno non nel centro; ma tu sei stato così reciso nella risposta che mi sono inchinato al tuo desiderio che è del resto così umanamente legittimo. Forse dalle tue lettere non ho capito bene: non posso dirimere fra le cautele che tu ritieni necessarie per la salute ossia delle tue possibilità come le descrivi e il proposito di lavorare, a Roma, per il paese. Non posso, con questi soli elementi, ricostruire la concretezza e la misura di quanto credi di fare: mi rimane nell’animo solo un immutato senso di ammirazione e devozione, un proposito fermo di collaborazione, un’affettuosa e provata amicizia, un desiderio vivo di chinare il capo sulla tua spalla, per sfogare la mia pena e condividere la tua, perché entrambi soffriamo la tragedia di questo nostro povero paese”. Tuo Alcide.

Ma il grosso delle lettere parlano degli enormi problemi che questi giganti dovettero, nell’arco di pochi anni, affrontare e risolvere: il trattato di pace, il referendum istituzionale, l’assemblea costituente, l’autonomia regionale, il problema del Mezzogiorno, la ricostruzione economica e il problema della disoccupazione, la difesa dell’ordine pubblico, le questioni di politica internazionale come Trieste e le colonie, la legge con premio maggioritario del 1953, l’avvio del lungo cammino dell’Unione Europea con la CECA e con il tentativo abortito della CED, il consolidamento dei principi e metodi democratici contro gli assalti degli opposti estremismi e della impostazione collettivista dell’economia e della società dominante negli stessi. Su alcuni di questi temi De Gasperi e Sturzo ebbero posizioni diverse, ma, guardando a fondo si scopre che furono divergenze, per così dire, di natura tecnica e politica. Guardando ora, con il filtro della storia, emerge maggiormente ciò che li univa piuttosto che ciò che, occasionalmente, li divise:

  • furono due apostoli della democrazia e della libertà;
  • furono due veri cristiani e cattolici, ma entrambi politicamente aconfessionali. Sono debitore di questo concetto a Don Massimo Naro di Caltanissetta, studioso e praticante sturziano. Voglio citare direttamente e ampiamente il suo pensiero perché mi sembra molto lucido e importante: Sturzo parlava di un «Vangelo nascosto in petto», espressione che rivela suggestivamente l’intuizione principale della sua cultura politica e della sua spiritualità, vale a dire l’aconfessionalità del Partito Popolare. L’aconfessionalità non coincide con la laicità della politica come oggi la intendiamo. Secondo Sturzo, i cristiani chiamati all’agone politico, peraltro dentro un partito anch’esso d’ispirazione cristiana, rimangono consapevolmente e convintamente tali, ma senza divise, senza etichette, senza distintivi, parlando la stessa lingua degli altri soggetti politici, incontrandoli sul loro stesso campo d’azione, nelle scuole, nelle fabbriche, nelle zolfare, nei campi agricoli, nelle cooperative e nei consorzi, nei consigli comunali e, finalmente, in Parlamento. L’aconfessionalità, perciò, non era sospensione della fede, né tantomeno rinuncia al Vangelo, bensì presa di posizione: non più nel tempio o nei suoi paraggi (le famigerate sacrestie), ma in piazza e, quindi, in seno alla città degli uomini. Così Sturzo si collocava nella modernità. Era questa la sua condizione culturale e spirituale, che patinava di novità la sua proposta sociale e politica, fornendogli obiettivamente una marcia in più: non semplicemente rispetto ai suoi contemporanei, ma anche rispetto a noi. Egli sapeva che il cattolicesimo doveva una buona volta accettare la sfida della modernità: essere non del mondo eppure nel mondo, coerentemente alla preghiera di Gesù per i suoi discepoli («Non ti chiedo di toglierli dal mondo»). Questo essere nel mondo è una dimensione non solo sociale e politica, ma anche spirituale e teologica: è il posto che Dio stesso, Spirito e Verità, ha scelto di occupare nell’ora dell’incarnazione. Il Concilio Vaticano II ha tradotto in magistero questa intuizione lì dove parla dell’indole secolare dei battezzati laici, vocati a consegnare a Dio il mondo a partire dal suo di dentro. Sturzo, per parte sua, investiva questa consapevolezza credente addirittura in un progetto politico opportunamente e inevitabilmente aconfessionale.”

Sturzo e De Gasperi, sotto questo profilo, erano sempre e comunque sulla stessa linea e De Gasperi traghettò questo grande principio dell’aconfessionalità del PPI, alla Democrazia Cristiana. Riuscirono in questa opera così delicata e difficile, perché entrambi erano animati da una fede profonda e profondamente radicata nel loro cuore e nei loro pensieri. Furono aconfessionali perché profondamente religiosi;

  • mai le divergenze tecnico-politiche offuscarono il sentimento di grande amicizia, di grande rispetto reciproco, di vero e proprio affetto che li unì, nella comune e piena consapevolezza di operare, comunque, per il bene comune. Questa continuità di intenti e di spiritualità emerge con chiarezza dalla lettera che Sturzo scrisse in occasione della morte di De Gasperi, nel suo stile sobrio ma straordinariamente efficace, traendo anche da questa dolorosa vicenda ulteriore “vigorosa spinta al servizio civile nel bene comune e negli ideali cristiani”:

IN MORTE DI DE GASPERI (*)

Caro Mario,

da due giorni ho l’immagine di Alcide presente e non riesco a distrarmene tutto il passato dal 1918 (data del primo incontro) mi è tornato in mente con tali colori, come una realtà vissuta.

Non potrei, a parte le sofferenze quotidiane, partecipare ai funerali come il mio cuore mi detta. Tornerà lunedì ad applicare la Santa Messa por l’anima benedetta. Ti prego di rappresentarmi.

Ho scelto te come anello fra il partito popolare italiano e la democrazia cristiana, fra la generazione che sparisce e quella che sorge. Desidero che all’omaggio del presente si associ quello del passato, unendo nel medesimo sentimento le due organizzazioni politiche e democratiche dei cattolici italiani.

Alla amarezza dell’anima per tanta perdita, è conforto la fede cristiana che guidò il nostro amico anche nei più difficili momenti della vita politica e lo confortò nella morte serena.

La partecipazione unanime degli italiani all’omaggio alla salma ed il riconoscimento dei servizi prestati da De Gasperi alla patria e all’Europa, e l’eco che ne arriva da tutti i paesi civili, sono per noi, suoi compagni ed amici, vigorosa spinta al servizio civile nel bene comune e negli ideali cristiani.

Ringraziamenti ed affettuosi saluti.

Luigi Sturzo

21 agosto 1954.

                                                                (L’Italia, 22 agosto).

(*) Lettera all’on. Mario Scelba

Tutti i più profondi studiosi di Sturzo hanno sottolineato la religiosità e la fede come fattori senza i quali poco si capisce di Sturzo e della sua opera. Ma quello che forse ha dettato il più convincente profilo della religiosità di Sturzo è stato il giovanissimo liberale Pietro Gobetti che ha scritto: “Ma egli, pur essendo un pratico e repugnando al misticismo, è una delle più grandi anime religiose del nostro tempo per il rigore con cui va oltre le apparenze, per l’assolutezza con cui vede i risultati, sicuro anche attraverso le contraddizioni e gli adattamenti. Non è la religiosità di Giolitti: è la fede del cristiano, ottimista e sereno, che agisce come uomo e sa che la divinità non può non essergli presente perché è universale. Sturzo sente i problemi più vivi dello spirito senza averne il terrore degli asceti, la sua religiosità non è un tormento, ma, se così si può dire, goethiana serenità fatta operosa”.[14]

CHE COSA RESTA DI STURZO?

È necessario contrastare ogni tentativo di appropriazione strumentale del pensiero e dell’opera di Sturzo da parte di singole componenti dell’agire politico. Il pensiero di Sturzo è troppo profondo, lungimirante, universale per prestarsi ad operazioni di questo tipo, come, ad esempio, cercò, grottescamente, di fare Berlusconi all’inizio della sua carriera politica. Ma è giusto domandarsi: che cosa resta oggi del suo pensiero, dei suoi insegnamenti e che cosa è da dismettere? Mi sono a lungo interrogato su questo punto. E l’ho fatto anche sforzandomi di essere particolarmente critico. Ma sono giunto alla conclusione, in parte sorprendente, che di Sturzo dobbiamo conservare ed attualizzare se non tutto, quasi tutto. Non mi riferisco ai temi filosofici, teologici, sociologici, di politica internazionale, che richiedono una diversa e più approfondita analisi. Mi riferisco ai suoi suggerimenti concreti per l’Italia, ai suoi appelli, alle sue raccomandazioni sul piano economico, sulla struttura dello Stato, sul funzionamento delle nostre città. Mi riferisco dunque allo Sturzo Economista con la “E” maiuscola, allo Sturzo Patriota con la “P” maiuscola, allo Sturzo Municipalista con la “M” doppiamente maiuscola. Qui ben poco di lui non è attuale, tanto di lui è semplicemente da ricordare e da recuperare. E lo illustro in dieci punti:

  1. Per Sturzo, l’Italia che risorgeva dopo la dittatura e la guerra, doveva essere una democrazia con forte impronta sociale, secondo il disegno emerso dalla grande e miracolosa convergenza realizzata nella Costituzione. E ciò è forse oggi superato, con una Costituzione aggredita da tutte le parti, con la democrazia ridicolizzata dalla partecipazione diretta e da tante altre degenerazioni, con l’impronta sociale in via di demolizione, pezzo per pezzo?
  2. Per Sturzo la nostra società e il nostro pensiero politico deve ispirarsi ai principi cristiani, pur in una impostazione severamente aclericale della politica, ben distinta dalla Chiesa. E ciò è forse oggi superato in una società che di cristiano serba ben poco se non nelle trincee dove si battono per i principi cristiani, isolate pattuglie di resistenti, e dove i movimenti politici che, cercano di rianimarsi sotto sigle cattoliche, cercano disperatamente l’appoggio delle gerarchie ecclesiali?
  3. Per Sturzo la nostra economia deve essere impostata secondo il principio di libertà e di responsabilità individuale. Deve essere, insomma, un’economia imprenditoriale e di libero mercato, come verrà limpidamente definita nel paragrafo 42 della Centesimus Annus. E ciò è forse oggi superato in un’economia dove il saccheggio del pubblico denaro sembra lo scopo ultimo se non unico della politica e dove l’assistenzialismo a favore dei propri “clients” ed elettori ha raggiunto vertici assoluti, quasi grotteschi?
  4. Per Sturzo la minaccia principale per la nostra civile e democratica convivenza sono le tre male bestie: statalismo, partitocrazia, sperpero di denaro pubblico. E ciò è forse oggi superato, mentre le tre male bestie ci avvolgono sempre più strettamente nelle loro spire che hanno ampiamente conquistato anche le nuove forze politiche?
  5. Per Sturzo il perno, il valore fondamentale sul quale organizzare tutta la struttura sociale è il grande principio di libertà. “E’ in sostanza un problema di libertà” dirà in un grande discorso a Parigi nel 1925. E già nell’Appello a tutti gli uomini liberi e forti del 18 gennaio 1919, insieme agli altri firmatari, aveva detto: “Ma sarebbero vere queste riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà civile del nostro popolo e il più alto sviluppo delle sue energie”. Per Sturzo il grande principio di libertà è l’altra faccia del principio di verità, dell’evangelico: “sia il vostro dire sì quando è sì e no quando è no, il resto viene dal maligno”. Secondo Sturzo senza libertà non può esserci verità e senza verità non può esserci buon governo, buona convivenza, bene comune. E ciò è forse oggi superato in un paese che sembra tutto impegnato ad ingannarsi reciprocamente?
  6. Per Sturzo il fondamento di un buon governo è servire non servirsi. Lo aveva già detto Plutarco: “quelli che governano sono al servizio di Dio per la cura e la salvezza degli uomini perché in parte distribuiscono, in parte proteggono quanto di bello e di buono Dio concede agli uomini”. E non è un caso che quello stesso Mussolini che riconobbe, da subito, nel prete di Caltagirone il suo vero nemico, quello dal quale doveva liberarsi a tutti i costi, sarà anche l’ispiratore di articoli contro Plutarco, come quello che uno dei suoi maggiordomi, Curzio Malaparte, pubblicò sul Corriere della Sera del 2 dicembre 1936 con il titolo. “Immoralità di Plutarco”, dove si afferma “che Plutarco dovrebbe essere bandito dalle scuole non è poi un’idea nuova… Chi dà il colpo di grazia alla morale plutarchiana, in Italia è Mussolini”.

E invece i Plutarco e i Don Sturzo restano e formano quella catena del pensiero umano e della morale umana che indica il cammino dell’incivilimento, che rappresenta la nostra unica speranza. Ma questa speranza va coltivata, va difesa, va sviluppata.” E ciò è forse oggi superato in un Paese dove la politica è diventata la maggiore industria del paese?

  1. Per Sturzo l’articolazione della struttura istituzionale e politica ha come base il Comune, che non è ente delegato dallo Stato ma è cellula primigenia della società, viene prima dello Stato. L’articolazione sociale si basa sulla famiglia; quella produttiva sull’impresa; quella della convivenza civile sul Comune. Questi corpi intermedi sono l’ossatura e il nerbo della nazione e sono collegati tra loro e con lo Stato attraverso i principi di sussidiarietà (quello che è confluito anche nella nostra Costituzione ma è per ora ignorato) e di solidarietà. E ciò è forse oggi superato in un Paese che sta vivendo una stagione di centrismo esasperato e dove i Comuni sono sempre più soffocati nella loro autonomia anche finanziaria, certo oggi molto minore di quella in vigore con la legge sulle autonomie locali dell’epoca fascista?
  2. Per Sturzo la battaglia per lo sviluppo del Mezzogiorno è tema centrale per tutto il paese. Ma questa battaglia si vince all’insegna dell’autonomia e della competenza e non dell’assistenzialismo. Nel suo ultimo Appello ai Siciliani del 24 marzo 1959, pochi mesi prima di morire, Sturzo lancia un grido poderoso: “Così arriviamo al punto principale di questo mio appello ai siciliani: bisogna puntare alla formazione di tecnici, di studiosi, di personale specializzato, costino quello che costino. La Regione, invece di tenere due o tre mila impiegati più o meno senza titolo nei vari dicasteri ed enti, che ha il piacere di creare a getto continuo, ne tenga solo mille, ma contribuisca ad avere mille tecnici di valore, capi azienda specializzati, professori eminenti, esperti di prim’ordine. Solo così la Regione vincerebbe la battaglia per oggi e per l’avvenire; sarebbe così benedetta l’autonomia da noi vecchi e dai giovani, i quali ultimi invece di chiedere un posticino nelle banche o fra le guardie carcerarie, sarebbero “ricercati” dalle imprese industriali, agricole e commerciali, nazionali ed estere. Scuole serie, scuole importanti; scuole numerose, scuole che insegnano anche senza dare diplomi, al posto di scuole che danno diplomi e certificati fasulli a ragazzi senza cultura”. E ciò è forse oggi superato o non è la nuova politica assistenzialista per il Sud del Movimento 5 Stelle la pietra tombale e definitiva per il Sud stesso?
  3. Per Sturzo l’impegno contro la corruzione e contro il fenomeno mafioso è fondamentale. Il suo impegno contro la presenza della criminalità mafiosa e le sue connivenze con il mondo dell’economia, dell’amministrazione e della politica emerge già in un articolo del 21 gennaio 1900 nel periodico da lui diretto, La Croce di Costantino, intitolato: Mafia. Aveva 29 anni e continuò questa battaglia per tutta la sua vita vedendola come un capitolo essenziale della sua battaglia per la moralizzazione della vita pubblica. Come scrive Monsignor Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale, grande studioso di Sturzo:

“Sturzo sostiene che per combattere le varie mafie si tratta di comprenderne la presenza non innanzitutto e solo come problema di sottosviluppo economico, ma come un problema culturale, morale e religioso. La mafia potrà essere sconfitta attraverso un profondo cambiamento di mentalità, un “riarmo morale” che porti a non idolatrare il denaro e la violenza e a ritrovare il nesso indispensabile che deve legare morale, economia e politica.”

Osservando la penetrazione della Mafia nelle strutture dello Stato Sturzo dirà, con triste e, ancora una volta, centrata profezia: “Povera Sicilia mia. Povera Italia mia: ora la mafia diventerà più crudele e dalla Sicilia risalirà l’intera Penisola per risalire forse oltre le Alpi”. E ciò è forse oggi criticabile e da dismettere?

  1. Per Sturzo i cattolici, a differenza di altri, non possono essere disorientati, perché hanno, a differenza di altri, una solida e sperimentata guida: la Dottrina Sociale della Chiesa, nella quale Sturzo ha sempre inquadrato la sua azione. Come De Gasperi, come Adenauer. Sturzo a chi gli rivolgeva dei complimenti amava dire: “non è farina del mio sacco. Devo tutto al Vangelo e alla Rerum Novarum”. E ciò non è forse oggi attuale? Sturzo è sicuramente un talento naturale assolutamente speciale. Ma è un grande errore considerarlo isolatamente. Il suo pensiero è parte di un grande flusso di pensiero che è, a mio giudizio e parlo in pura chiave socio-economica, uno dei più moderni e attuali, l’unico in grado di fronteggiare il distruttivo e criminale neoliberismo finanziario della scuola di Chicago motore principale della finanziarizzazione dell’economia e dei suoi piccoli epigoni nostrani. È un pensiero poderoso che accomuna De Gasperi, Sturzo, Adenauer, Schuman, Monnet e le radici meno recenti ci portano a Toniolo, Rosmini, Manzoni, Tocqueville, a tutti quelli che hanno lavorato per una società umana e, almeno passabilmente, cristiana. Non è certo superato questo pensiero, ma di esso e della sua attualità la maggior parte dei cattolici non ne è consapevole, anche se la divina provvidenza ha fatto loro un dono come papa Francesco, unico leader morale di livello mondiale, che lavora contro l’economia e la società dell’esclusione e della violenza. Il silenzio dei cristiani e dei cattolici è, invero, un fenomeno impressionante e quasi misterioso dei nostri tempi.

ATTUALITÀ E ATTUABILITÀ

Riconoscere l’attualità di un pensiero non vuol dire riconoscerne anche l’attuabilità. Attualità e attuabilità sono cose connesse ma diverse. Perché un pensiero diventi azione non basta che sia attuale, ma devono realizzarsi circostanze e condizioni particolari. Che non si ripetono mai nella stessa forma e modalità.

Ciò non vuol dire che non si possa o non si debba impegnarsi per far si che questo pensiero riacquisti peso e significato nelle modalità permesse dai tempi. Il difficile è scegliere modalità appropriate. Il padre di Italo Calvino, che era un botanico importante, diceva che dobbiamo fare come le piante che gettano nell’aria milioni di semi nella certezza (non semplice speranza) che molti di loro attecchiranno.

È forse l’unica cosa che possiamo fare, noi, aspiranti cristiani, chiamati a vivere ed agire in un’epoca di minaccioso oscurantismo politico e culturale. Proviamo ad immaginare un colloquio tra De Gasperi e Salvini o tra Sturzo e Di Maio o tra La Pira e Toninelli. Eppure, proprio Sturzo ci insegna che non bisogna mai disperare e mai rinunciare alla speranza e quindi all’impegno personale.

Quindi cerchiamo di ripescare nella storia pensieri, valori, principi che hanno saputo guidare l’uomo nelle vicende più difficili, e teniamoli vivi ed applichiamoli al nostro tempo e divulghiamoli, e non perdiamo la memoria dei veri leader che, di tanto in tanto, la Divina Provvidenza ci dona. Ognuno nella sua sfera di operatività, nella sua maggiore o minore responsabilità può fare qualche cosa per diffondere i semi nell’aria con la certezza che molti attecchiranno.

Certamente unendo le forze si può fare qualche cosa di più, soprattutto se si poggia su una base di pensiero solida ed attuale.

Penso, ad esempio, che i gruppi cattolici potrebbero promuovere un’assemblea costituente autoconvocata per proporre una revisione seria delle parti della nostra Costituzione che devono essere revisionate o attuate. Si tratterebbe di una semplice proposta ma, se di alta qualità, essa non potrebbe essere ignorata. In fondo anche l’Appello a tutti gli uomini liberi e forti era una semplice proposta e pochi mesi dopo fu tolto il Non Expedit. Potrebbero difendere, a spada tratta, il nostro legame all’Europa, ma abbandonando la mentalità e le metodologie da apprendisti contabili che sembra dominare negli organismi comunitari e nei nostri stessi rappresentanti, vivificandolo con un progetto politico alimentato da passione, spiritualità e visione politica, come saprebbero fare i De Gasperi, gli Sturzo, gli Adenauer, gli Schuman e i profeti come Isaia e La Pira.

Potrebbero mobilitare tutte le proprie istituzioni culturali per battersi sul piano del pensiero contro i Chicago boys e la loro visione dell’economia e dei loro epigoni e schierarsi, senza se e senza ma, per sostenere i formidabili NO pronunciati da papa Francesco che niente altro sono se non una efficacissima summa dell’economia civile e della possibile sopravvivenza democratica:

NO a un’economia dell’esclusione;

NO alla nuova idolatria del denaro;

NO a un denaro che governa invece di servire;

NO all’iniquità che genera violenza.

Potrebbero battersi per una vera e forte autonomia dei Comuni, unica nostra speranza di rinascita secondo gli insegnamenti di Sturzo.

Queste cose farebbe probabilmente oggi Don Luigi Sturzo e le farebbe non cercando di attaccarsi alla Chiesa ma come uomo libero, coraggioso e profondamente cristiano e cattolico.

Da soggetto catalizzatore e unificante di un’azione di questo tipo, potrebbe oggi agire l’Istituto Sturzo, se al suo vertice ci fossero degli sturziani. Ma qui, forse, il mio sogno va troppo oltre.

[1] Le firme corrispondono a quelle figure del movimento cattolico, che avevano preso parte alle elezioni del 1913, in base al cosiddetto Patto Gentiloni, il punto più avanzato di avvicinamento all’ingresso dei cattolici nella vita nazionale, sia pure in chiave clerico-moderata.

[2] In uno scritto che vi distribuisco grazie alla generosità della Banca Popolare di Sondrio che mi ha donato un elevato numero di estratti dalla sua bellissima rivista che riporta il mio scritto nel numero 134 dell’Agosto 2017.

[3] Questa parte fondamentale della vita di Sturzo è poco conosciuta. Solo in tempi relativamente recenti un bravo studioso come Umberto Chiaramonte ha fatto conoscere in tutta la sua importanza questa fase della vita di Sturzo, con due libri importanti: Il Municipalismo di Luigi Sturzo (Morcelliana 1992) e Luigi Sturzo nell’ANCI, Rubbettino 2004. Prima di lui solo Mario Ferrara, giornalista e scrittore politico, laico e liberale, illustrò l’importanza di Sturzo municipalista in un bellissimo profilo di Sturzo scritto nel 1925, la prima biografia di Sturzo, molto opportunamente ristampata nel 2016 dal Centro Studi Cammarata (San Cataldo, Caltanisetta). Fu Sturzo stesso ripetutamente ad affermare che chi non conosce la sua opera come pro-sindaco di Caltagirone e municipalista non può capire la sua azione politica e nazionale.

[4] Il nome del partito trasse ispirazione dal Partito Popolare Trentino formato da cattolici trentini guidati da Alcide De Gasperi. Questi non fu tra i primi firmatari dell’Appello ma vi aderirà pochi mesi dopo e fu presidente della prima assemblea del partito dopo il suo ingresso.

[5] Lucio D’Ubaldo ricorda che fu Joseph Schumpeter ad affermare che “il cattolicesimo politico sorge dalla rinascita del cattolicesimo religioso”. (op. cit. pag. 49).

[6] Chi vuole approfondire questo processo può, con grande utilità, rifarsi al citato saggio di Lucio D’Ubaldo.

[7] Dieci anni dopo sarà il giovane pastore luterano, il giovane teologo Dietrich Bonhoeffer a conclamare l’assoluta inconciliabilità tra cristianesimo e nazismo. Incarcerato, isolato da ogni attività, sarà giustiziato negli ultimi giorni di guerra, nel 1945.

[8]Ti ho letto e ascoltato alla radio con intensa commozione e gratitudine per gli incoraggiamenti che ci dai e per il contributo che offri al paese ed è da tutti riconosciuto” (De Gasperi a Sturzo, 15 giugno 1944)

[9] De Gasperi scrive, a cura di Maria Romana e Paola De Gasperi, Edizioni San Paolo, 2018.

[10] Giuseppe Sangiorgi, De Gasperi, uno studio, Rubbettino Editore, 2014, pag. 29.

[11] Dimissioni aspramente criticate dal giovane Montini in una lettera al padre Giorgio, deputato del PPI e amico di Sturzo in Lucio d’Ubaldo, Elogio dei Liberi e Forti e Giuseppe Fioroni, La responsabilità politica dei cattolici, Giapeto Editore, novembre 2018, pag. 143.

[12] David Collin, cittadino americano, che teneva i contatti con vari uomini politici.

[13]Parecchi mesi fa, discorrendo in amicizia con Montini del tuo ritorno, egli che ti è personalmente assai devoto, accennò ad eventuali apprensioni che un tuo diretto personale intervento potrebbe far sorgere”. De Gasperi a Sturzo, 2 dicembre 1945, op. cit., pag. 153.

[14] P. Gobetti, Opere complete, rif. 122, pag. 386