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IL RUOLO CRUCIALE DELLE CITTÀ - di Marco Vitale

Inserito in Servire l'Italia

MARCO VITALE

IL RUOLO CRUCIALE DELLE CITTÀ

In occasione della presentazione del libro

PALERMO TRA EMERGENZA E PROGETTO

di Luciano Abbonato

In Palermo

Palazzo Branciforte 2 febbraio 2019

 

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I cantori italiani della città e del Comune

L’Italia ha avuto due grandi cantori del ruolo delle città e del Comune nel processo di sviluppo e incivilimento del Paese: il primo è Luigi Sturzo, siciliano e cattolico, il secondo è Carlo Cattaneo, milanese e pensatore laico.

Sturzo fu pro-sindaco di Caltagirone dal 1905 al 1920, dopo che ebbe organizzato e portato i cattolici in Comune fin dal 1899, entrando in Consiglio Comunale all’opposizione, che esercitò sempre in modo costruttivo. Il suo impegno iniziò dunque nel 1899 (aveva ventotto anni); nel 1905 divenne pro-sindaco, con una maggioranza di 32 seggi su 40 (a trentaquattro anni); nel 1920 fu forzato dall’incombente fascismo saldato con i gruppi più retrivi di Caltagirone, a lasciare la carica (a quarantanove anni): vent’anni, gli anni centrali della vita, dai trenta ai cinquanta, li dedicò dunque al Comune della sua città, li spese per lasciare una traccia di pensiero, e di esempio, di cosa voglia dire governare bene una città.

Tutti gli sviluppi, a livello nazionale, seguenti, incluso l’appello “A tutti gli uomini liberi e forti” del 1919, nascono da questa esperienza municipalista, che ho raccontato nella prima parte del libro: “È in sostanza un problema di libertà. Vita e ideali di don Luigi Sturzo” (Edizioni Studio Domenicano, 2009, con DVD), a cui rinvio. Oltre ad essere un eccellente sindaco e a portare in porto grandi realizzazioni per la sua città, Sturzo fu un rigoroso, profondo e coerente pensatore sul ruolo del Comune. La sua concezione del Comune è ancora oggi di straordinaria attualità. Secondo la sua concezione del Comune, che sviluppò e divulgò anche in ambito ANCI, di cui era attivo vicepresidente:

Il Comune non è solo organo amministrativo, ma è cellula politica e comunità;

I servizi del Comune vanno svolti a favore della comunità;

Detta comunità non è emanazione o concessione dello Stato: ha forza originaria sua propria, ha autonomia e una sfera di libertà e di energia che. Va coltivata e messa in opera;

Lo Stato è posteriore al Comune secondo il principio di sussidiarietà;

Il Comune non deve limitarsi a erogare servizi: è regista e guida dello sviluppo economico, sociale e civile della Città.

Ma questa visione del Comune non fu mai vista da Sturzo come elemento di separatezza e di gretto municipalismo. La sua visione è che un Comune fiorente e ben guidato è componente essenziale di una nazione unitaria e fiorente.

Carlo Cattaneo coerente e profondo federalista è un grande cantore delle città che lui chiamava: “le patrie locali”:

“Le nostre città non sono solamente la fortuita sede d’un maggiore numero d’uomini, di negozi, d’officine e di un più grosso deposito di derrate, Tali sarebbero a cagion d’esempio Birmingham, Trieste, Malta, Gibilterra, le quali non hanno intimo vincolo morale colle circostanti popolazioni; e si potrebbero dire città cosmopolitiche, e stanno in terra come le navi ancorate stanno nel mare. Le nostre città sono il centro antico di tutte le comunicazioni di una larga e popolosa provincia; vi fanno capo tutte le strade, vi fanno capo tutti i mercati del contado, sono come il cuore del sistema delle vene; sono termini a cui si dirigono i consumi, e da cui si diramano le industrie e i capitali; sono un punto d’intersezione o piuttosto un centro di gravità, che non si può far cadere su di un altro punto preso ad arbitrio… Questa condizione delle nostre città è l’opera di secoli e di remotissimi avvenimenti, e le sue cause più antiche d’ogni memoria. Il dialetto segna l’opera indelebile di quei primitivi consorzi, e col dialetto varia di provincia in provincia non solo l’indole e l’umore, ma la cultura, la capacità, l’industria e l’ordine intero delle ricchezze. Questo fa che gli uomini non si possono facilmente disgregare da quei loro centri naturali. Chi in Italia prescinde da questo amore delle patrie singolari, seminerà sempre nell’arena”.

Invero, se avessi tempo, vorrei aggiungere a Sturzo e Cattaneo anche La Pira, grande sindaco di Firenze che, incarnando il ruolo di sindaco guida della città riuscì ad avviare Firenze non solo su un sentiero di sviluppo ma anche verso un grande ruolo internazionale.

Le tendenze dominanti di economia urbana

Questi grandi cantori italiani dell’importanza della città e del Comune anticipano la visione attualmente dominante nell’ambito della migliore dottrina di economia urbana.

Oggi come non mai le singole città sono infatti considerate centro e motore di sviluppo. Ciò è riconosciuto dai più recenti studi internazionali di economia e sociologia urbana, come quello di Edward Glaeser, “Triumph of the City: How Our Greatest Invention Makes Us Reacher, Smarter, Greener, Healthier and Happier” (pubblicato da Penguin Press, New York 2010), o quello di Charles Landry, “The Creative City: A Toolkit for Urban Innovators” (Comedia/Earthscan, 2000), oltre a tutta l’opera di Saskia Sassen.

Da noi merita particolare attenzione lo studio: “Società e territori da ricomporre. Libro bianco sul governo delle città italiane”, della Commissione di lavoro del Consiglio Italiano per le Scienze Sociali (CSS) dell’Aprile 2011.

L’importanza di una città non si misura più in termini di dimensione territoriale o di numero di abitanti, ma sulla sua capacità di interconnettersi e inserirsi in reti internazionali, sul numero e la qualità dei nodi in cui è interconnessa dai quali riceve e distribuisce conoscenza e innovazione.

Le città, e i sistemi urbani multicentrici, sono i luoghi dove si accumula e distribuisce conoscenza, dove si addensa la domanda di beni e servizi, dove si concentrano i servizi materiali e immateriali per i commerci internazionali, dove si sviluppano gli snodi centrali per il controllo delle imprese e della comunicazione, cioè dove si concentrano tutti i più importanti fattori strategici di sviluppo.

L’America potrà pure essere in crisi e in affanno profondo, com’è oggi; ma New York sarà sempre, per molto tempo a venire, la città leader del mondo, perché è snodo mondiale e centrale di quasi tutte le reti che contano; perché è culturalmente cento anni avanti a Shanghai; perché è città modernissima ma insieme già antica (mentre Shanghai è solo modernissima).

Il citato rapporto del CSS inizia con queste parole: «Quasi 1’80% della popolazione italiana vive in città. Le città, per le funzioni direzionali, cognitive e di servizi che svolgono, sono i centri propulsori e diffusori dello sviluppo regionale e nazionale. Ciò significa che la gestione delle risorse umane, naturali e patrimoniali del Paese, dipende in larga misura da come sono organizzate le città e le reti di relazioni che fanno capo alle città».

Da noi, l’urbanizzazione già molto alta e l’urbanismo crescente come modo di vita, «già ben radicati nel modello territoriale italiano (come classicamente segnalato da Cattaneo)», attesta il rapporto CSS, dovrebbero portare ad un assetto istituzionale che favorisca lo sviluppo delle città e, attraverso le stesse, dell’intero Paese. Invece il nostro ordinamento istituzionale si dibatte in una serie di contraddizioni drammatiche, frutto di una visione arretrata e di un’assenza totale di cultura innovativa.

Ancora, il Libro Bianco: «Nel nostro Paese è mancata la consapevolezza della specificità e insieme della ineludibile multidimensionalità dei problemi urbani. Tale consapevolezza è, in altri contesti europei e nordamericani, piuttosto consolidata, perché è nata negli anni ‘60 del secolo scorso e ha dato origine a strategie e programmi a diversa scala, oltre che a specifici strumenti istituzionali e di governo. (…) Occorre spiegare il paradosso per cui un paese come il nostro, con una rete urbana, così densa e diramata, non sia in grado di riconoscere il ruolo che spetta alle città ed il contributo che potrebbero dare allo sviluppo nazionale, con il risultato di perdere delle grandi opportunità e di sovraccaricare ulteriormente un governo centrale già per suo conto in difficoltà. Il fatto è che per imboccare questa strada è necessario optare per la differenziazione, mentre nella nostra storia c’è sempre stata una buona ragione di considerare tale eventualità come il male peggiore e l’uniformità come l’unica strada praticabile».

Le città di cui scriveva Cattaneo erano proprio quelle della differenziazione. Erano soggetti autonomi, portatori di un proprio disegno di sviluppo, di una propria strategia, di una propria responsabilità. E non quei soggetti ambigui che sono diventate oggi, sotto l’aspetto istituzionale, le nostre città, strette tra un centralismo statale che non vuole mollare, un neocentralismo regionale, e piani di stabilità che impediscono ogni investimento, privi di una minima autonomia finanziaria, proiettati in schemi insensati e truffaldini che chiamano impropriamente federalismo. Né le città che avevano in mente Cattaneo e Sturzo erano agglomerati locali, chiusi in se stessi, immiseriti da una cultura parrocchiale, intenti a guardarsi l’ombelico (secondo il disegno retrivo dei leghisti), ma soggetti autonomi e responsabili, legati in un “foedus” che li coordina in un progetto di sviluppo comune, nazionale, europeo, internazionale.

Nonostante i limiti istituzionali e le contraddizioni analizzate dal Libro Bianco, non mancano anche da noi esempi positivi che confermano la nostra tesi di fondo. Sono casi sporadici, è vero, ma ciò non toglie che abbiano un valore emblematico, perché dimostrano come, nonostante il contesto istituzionale avverso, l’azione di alcuni leader di valore, inserita in una visione corretta, sulla linea di Sturzo e Cattaneo, condivisa da una buona classe dirigente, possa incidere profondamente sulla città, realizzando progetti di sviluppo innovativi ed importanti.

L’esempio di Palermo

Gli esempi importanti sono invero pochi. Ed ora Palermo è tra quelli esemplari. Palermo dimostra che dove esiste una leadership onesta, competente, dotata di amore e visione per la città, e la città risponde con le sue migliori energie, anche partendo da situazioni difficilissime si possono ottenere grandi risultati. Per la città e per il Paese. Pensate a come sarebbe in migliori condizioni l’Italia se a Roma si fosse riusciti a fare la metà di ciò che si è realizzato a Palermo.

Questi esempi illustrano i limiti di una lettura prevalentemente istituzionale, com’è quella del pur valido Libro Bianco. Città con le stesse leggi e gli stessi ordinamenti, in certi casi hanno saputo fare bene e in altri hanno fatto male. La differenza è nella classe dirigente e nella sua visione, in quella che noi aziendalisti chiamiamo: la variabile manageriale.

Speriamo che la variabile manageriale faccia fiorire spunti di speranza anche in altre città. Perché mi chiedo: quali potrebbero essere gli effetti a livello nazionale, se Milano e Palermo consolidassero le speranze che hanno acceso; e se città come Napoli, Reggio Calabria, Bologna, avessero un rimbalzo positivo e creativo come quello di Palermo e di tante altre città e località minori?

Da più di vent’anni indugiamo nelle chiacchiere sullo sviluppo, proponendo le stesse formule macroeconomiche che non funzionano mai. Forse è il momento di pensare che c’è qualcosa che non va nel nostro approccio di fondo ai problemi dello sviluppo.

Cos’è che non va? Non va che la nostra classe dirigente - non solo politica, ma anche intellettuale e imprenditoriale - continua a rimasticare vecchie formule macroeconomiche che non valgono niente o quasi. Certamente il governo centrale potrà influire fortemente sulla crescita o decrescita economica aumentando o diminuendo le tasse e utilizzando bene o male l’enorme ed esagerato surplus del quale si appropria. Ma, per dirla, con Marshall, il governo potrà curare un’eccellente edizione delle opere di Shakespeare ma non potrà mai scriverne una. Le opere di Shakespeare le possono scrivere solo i cittadini ben guidati.

Le cose che non vanno e che sono, allo stesso tempo, la spiegazione della mancata crescita nazionale, sono due ed entrambe hanno a che fare con gli insegnamenti - disattesi - di Carlo Cattaneo. La nostra classe dirigente non ha ancora afferrato che:

  • Lo sviluppo, o nasce nelle città, snodi di reti, o non nasce; e lo sviluppo nazionale, o sarà la sommatoria di buoni, concreti e coerenti progetti di sviluppo cittadini, locali, o non sarà;
  • Il motore primo dello sviluppo è, non il capitale, ma l’intelligenza e la volontà (lo spirito d’impresa) che, insieme, generano conoscenza e, da qui, anche, sviluppo economico, perché: «Chiuso il circolo delle idee si chiude il circolo della ricchezza», come ci insegna il grande milanese fin dal 1861, nel mirabile saggio: “Del pensiero come principio d’economia publica”.

È nelle città, veri centri di accumulazione e trasmissione di conoscenza, che l’intelligenza e la volontà - cioè lo spirito d’impresa - creano lo sviluppo; e lo creano attraverso rinnovazione, come Cattaneo bene illustrò in un altro suo memorabile intervento del 1845 tenuto presso la Società d’incoraggiamento d’Arti e Mestieri:

«Infelice quella generazione che si proponesse d’essere in tutto come finirono i suoi padri! Poiché, quando quelli avessero pure sfolgorato d’ogni valore e d’ogni gloria, i figli, finché nulla aggiungessero alle loro imprese, rimarrebbero tanto da loro degeneri, quanto l’inerzia è diversa dall’opera, quanto l’immobilità è diversa dal moto. (…) Quindi è necessità, necessità morale, che ogni generazione innalzi i suoi templi e i suoi archi, e modelli le sue sculture, e apra nuove vie per alpi e per lagune, e inarchi nuovi ponti non solo ormai sui fiumi, ma sui laghi, ma sui mari, e non solo sopra lo specchio delle acque, ma fin per dissotto ai temuti loro gorghi».

Dunque, lo sviluppo si fa con l’innovazione; e l’innovazione si fa nelle città; perché, come diceva Cattaneo, le nostre città sono «come il cuore nel sistema delle vene». Ce lo attestano oggi i nostri più brillanti studiosi dello sviluppo e di economia urbana, e sembra una scoperta. Ma Cattaneo lo sapeva perfettamente già 150 anni fa.

La città concreta

All’indomani della mia esperienza come assessore alle Attività economiche del Comune di Milano, mi fu chiesto, nel 1994, dall’architetto e amico di Palermo Leonardo Urbani, di partecipare alla presentazione del suo nuovo libro, “La città concreta”, che mi aveva affascinato per il tema centrale:

«Le città della scienza sono cento. Le città ideali sono mille. La città concreta è una sola. Per riorganizzarla modernamente non bastano le Piramidi e i Quadrati da diffondere (…) secondo il credo internazionalista così caro a Le Corbusier. È necessaria l’attenzione anche al “mulinello”, al “non so che”, non però in una strategia contrapposta di “atomi en peine” ma integrata da sforzi concettuali adeguati a restituire luogo per luogo, ambiente per ambiente, l’armonia fortemente differenziata dalle diverse identità di ogni lembo di terra».

La città concreta è dunque una sola, e con questa dobbiamo fare i conti, come urbanisti, come economisti, come amministratori pubblici. La città concreta è fatta di storie, di presente, di retaggi culturali nel senso più ampio della parola e di arti e mestieri, di bisogni primari e di aspirazioni, di realtà crude e di sogni. È fatta di spinte di massa e anche di interessi economici forti, che non vanno esorcizzati con messaggi demagogici (perché questa è la via migliore per lasciarli padroni del campo, prima o poi), ma devono essere conosciuti, fronteggiati, guidati, domati, usati.

La città concreta non è in realtà una sola, perché essa varia nel tempo. È una sola in un dato momento, ma nel passato essa è stata tante città concrete, unite da valori e caratteristiche fisiche dotate spesso di grande stabilità, ma anche da grandi mutamenti nel tempo, da grandi diversità. Ed anche la città in formazione, la città prossima ventura, può assumere molti volti: può andare o non andare in certe direzioni, può esprimere o soffocare certe energie (…), può raggiungere certi livelli di umanità o di disumanità; può domare o essere sopraffatta da certi problemi; può diventare una “city” o una “uncity”. Dipenderà anche dalle nostre decisioni - o non decisioni - di oggi.

Perché ciò si realizzi è necessario un grande sforzo, scientifico e interdisciplinare, di lettura della realtà sociale: di quella economica, demografica, tecnologica, ambientale, che si coniughi con coerenza con la lettura architettonica, storica, urbanistica in senso stretto. Su tutto ciò il dibattito deve essere ampio e ogni cittadino deve essere “chiamato al lavoro”. Ma dobbiamo avere anche il coraggio e la responsabilità di dire che se il dibattito pubblico non è preceduto, guidato, fondato, impostato, indirizzato, inquadrato, contenuto, da amministratori pubblici che ascoltino tutti, ma che abbiano poi la forza e l’autorevolezza di operare delle scelte, di indicare una via, di fare strategia, il dialogo con i cittadini rischia solo di franare nella rissa inconcludente o nell’orgia di chiacchiere.

Studiare, ricordare, analizzare, scoprire connessioni fra i tanti aspetti della città concreta, ordinare, è certo meglio, molto meglio, che andare a caso, o lasciarsi travolgere dagli interessi forti; o cercare di imporre una propria visione di città ideale astratta. Procedere senza grandi illusioni, con molta umiltà, sapendo che le pressioni della vita, del mercato, dei bisogni quotidiani, della creazione e della distruzione, sono formidabili e ineludibili, mettendoci a rischio di arrivare in ritardo anche quando avremo colto la giusta direzione.

Come già detto, trovo fondamentale pensare che: «una città è innanzitutto un complesso di reti» (definizione di Gottmann). È dallo studio di queste reti che dobbiamo cominciare: dobbiamo chiederci come migliorare tali reti, nel loro specifico funzionamento e nelle loro interrelazioni. Da come riusciremo o non riusciremo a migliorare le interconnessioni dipenderà anche il successo economico della città. Perché il modo in cui la città organizza il suo presente e reagisce al cambiamento, gioca un ruolo essenziale nel definire anche il futuro e l’immagine della città verso l’esterno. Immagine che attira, o meno, le correnti di visitatori o di emigranti e determina la crescita o il declino dell’agglomerazione, del comportamento economico e finanziario della città, soprattutto oggi che l’esistenza di vaste reti di relazioni internazionali permette una scelta tra molti centri a quanti, individui o istituzioni, cerchino il luogo migliore per le proprie attività.

La città concreta potrà non essere la città più bella, ma dev’essere quella più amata, quella dove è meno difficile vivere. E il compito primario del governo della città, quello per il quale sarà giudicato, è proprio questo.

I fattori chiave

Dai casi di numerose città che ho avuto modo di osservare da vicino, emergono quattro punti chiave che sono altrettanto fattori di sviluppo e che sono abbastanza ricorrenti:

  • valorizzazione del patrimonio storico e culturale e bellezza del paesaggio urbano;
  • la città rete;
  • la città creativa;
  • il fare leva sulla città.

Il primo punto chiave: valorizzazione del patrimonio storico e culturale e bellezza del paesaggio

È sempre più evidente che la valorizzazione del patrimonio storico-culturale delle città e la bellezza del paesaggio urbano non sono in contrasto con lo sviluppo economico, ma ne sono un ingrediente essenziale. Proviamo a mettere da un lato Siena, Bergamo, Mantova, Salisburgo, Vienna, e dall’altro Gela, Alcamo Marina, Agrigento. Quali di questi gruppi di città hanno avuto il maggiore e migliore sviluppo? Nel primo gruppo di città si è costruito, certo, ma insieme si è “edificato”: in questa parola, la radice “aedes”, dimora, indica che qualcosa di accogliente, di gradito, che “induce al bene” (da cui: edificante), è stato fatto. Nel secondo gruppo si è costruito forse anche di più, ma si è solo “costruito”. Dobbiamo essere consapevoli che il patrimonio storico-culturale è identità, ricerca, valorizzazione del proprio saper fare. E la bellezza del paesaggio urbano è specchio dei rapporti sociali ed economici.

Secondo punto chiave: la città rete

Un secondo importante filone di pensiero sviluppato negli ultimi anni è la visione della città rete. Lo sviluppo e la collocazione di una città non si misura più secondo la sua grandezza o secondo una gerarchia di appartenenza territoriale, ma secondo la sua capacità di essere inserita in una molteplicità di reti internazionali.

Bergamo è una città piccola, ma poderosamente inserita nella rete internazionale delle attività manifatturiere e, più di recente, nella rete dei milioni di cittadini europei che amano passeggiare per le strette vie medievali, mangiar bene in Piazza Colleoni, ed il tutto per poche decine di euro, grazie ai voli “low cost”.

Oggi si parla di “Polycentric Metropolis”, secondo la terminologia usata da una grande ricerca (di Peter Hall and Kathy Pain, Earthscan, Londra 2006) sostenuta dall’Unione Europea. È su questo filone che si sta muovendo il Professor Balducci, del dipartimento di urbanistica del Politecnico di Milano, che ha condotto un’affascinante e importante studio sulla Lombardia milanese, definita come “Città di Città”: non più centro e periferia, quindi, ma un complesso di centri di città, ognuno dotato di una propria identità, di una propria storia, di proprie caratteristiche e specializzazioni, inseriti in reti locali o internazionali che si intrecciano tra loro in un processo di specializzazione e di mutuo arricchimento.

Terzo punto chiave: la città creativa

Vi è un terzo filone di pensiero, ancora più recente, che non contraddice la teoria della città rete (la cui rappresentante principale resta la Sassen) ma la integra e arricchisce. È il filone di pensiero sulla città creativa il cui testo più importante è quello del già citato Charles Landry, “Thè Creative City, a Toolkit for Urban Innovators” (Earthscan Publication Ltd, prima edizione 2000, poi ripubblicato ogni anno).

Questo pensiero parte dalla osservazione che il XXI secolo sarà, come non mai, il secolo delle città. Per la prima volta nella storia umana più della maggioranza delle persone vivrà in città, mentre nel 1987 la percentuale dei residenti urbani era del 29%. In Europa, già oggi, il 75% della popolazione vive aree urbane. La maggioranza di loro, però, non è felice della vita cittadina così com’è attualmente (unica eccezione a me nota è Vienna, dove un’indagine di alcuni anni fa evidenziava come oltre il 95 % dei viennesi era felice di vivere in città: una percentuale straordinaria). Un’indagine inglese del 1997 evidenziava invece che 1’84% dei cittadini avrebbero preferito vivere in piccoli villaggi (mentre solo il 4% lo faceva già). Scrive Charles Landry: «Noi non possiamo creare un numero sufficiente di villaggi per soddisfare tutte queste aspirazioni. Ma possiamo invece agire per rendere le nostre città un luogo dove sia desiderabile vivere».

Per questo ci vuole pensiero ed azione. Per questo ci vuole la “Creative City”, dove amministratori e cittadini affrontino e risolvano i problemi e le prospettive in modo creativo. Vi sono ormai numerose città nei posti più diversi del mondo - da Barcellona a Bangalore, dal cluster lungo il fiume Emscher nella Ruhr a Sidney - che hanno imparato a cavalcare e guidare i cambiamenti e gli sviluppi della vita socio-economica, anziché subirli. Ma la maggioranza: «sembrano vittime passive del cambiamento, semplicemente accettando che esso avvenga» (Landry, op. cit.).

Riscoprire la creatività urbana è un compito complesso e non facile; ma molti esempi stanno a dimostrare che è possibile. Imparare da questi esempi e dalla buona teoria sviluppata sugli stessi è utile e necessario.

Quarto punto chiave: fare leva sulla città

Negli anni ‘80 fu chiesto al sindaco di una media città americana, che era stato capace di tirare fuori la sua città dalla crisi profondissima degli anni ‘70 verso una vera e propria rinascita economica e sociale, quale era stato l’ingrediente principale di questo recupero, su quali risorse aveva potuto contare. La sua risposta, semplice ed efficace, mi fa riflettere ancora oggi: «Have leveraged the city», ho fatto leva sulla città.

È infatti nella città che si trovano le risorse intellettuali, professionali, imprenditoriali, finanziarie, necessarie per lo sviluppo, per affrontare i cambiamenti, per disegnare il nuovo volto del territorio. Il politico vero e l’amministratore accorto non cercano di accentrare tali risorse per fare cose che i cittadini possono fare meglio; cercano piuttosto di suscitare, esaltare, guidare tali energie, che si muoveranno in autonomia. Il politico, l’amministratore, cercano di elaborare la rotta comune e di far crescere il consenso intorno ad essa; possono scandire il tempo. Ma poi, solo se tutti, e ognuno al proprio posto, remano con ordine e convinzione, la città va avanti. Non si crea sviluppo economico senza gli imprenditori, agenti primi della crescita economica; non si edifica senza i costruttori; non si fa il nuovo stadio senza finanza privata: e questa non si muove se lo studio non viene concepito come il centro di un progetto più organico e complesso; non si abbellisce il panorama urbano senza la partecipazione dei cittadini; non si migliora la vita civile senza coinvolgere le persone di cultura; non si utilizzano in modo intelligente, al servizio della città, le nuove aree urbane liberate dal cambiamento delle attività, senza coinvolgere i grandi architetti e urbanisti e i grandi finanziatori, lasciando la riqualificazione agli uffici comunali o agli architetti di partito o alle (magrissime) casse pubbliche. Non si ripensa la città senza pensiero o senza coinvolgere la stessa città.

Non è questione di destra o di sinistra, ma di cultura dello sviluppo e di comprensione dei tempi in cui viviamo.

La schizofrenia italiana

Vi è un capitolo importante del bel libro di Luciano Abbonato che illustra un grande problema che non si pone solo a livello palermitano ma a livello nazionale. Mi riferisco al capitolo 2 intitolato. “Inquadramento” nel quale l’autore illustra e analizza, con dati e fatti, quella che io chiamo: la schizofrenia italiana. Mentre la Costituzione italiana, anche con le novelle degli ultimi anni, si muove verso un rafforzamento delle autonomie locali e del

binomio autonomia - responsabilità, la politica di governo si muove in una direzione del tutto opposta, verso un centralismo sempre più feroce sia statale che regionale. I comuni restano anzi stretti da una morsa che da un lato scarica sugli stessi sempre maggiori compiti, dall’altra riduce drasticamente i trasferimenti dello Stato e al contempo blocca qualunque autonomia finanziaria.

Il percorso schizofrenico che stiamo percorrendo è micidiale. Perché se è vero che proprio il caso di Palermo dimostra che c’erano ampi spazi di ricupero di produttività e di buon governo a livello locale, è altresì vero che c’è un limite a quello che si può fare. E questo limite è sicuramente superato se un amministratore accorto e capace di fare quello che ha fatto, come Luciano Abbonato, deve formulare una previsione infausta per il futuro: “anche in consiglio comunale ho sostenuto che, sebbene le maggiori criticità fossero superate, anche il virtuoso comune di Palermo non avrebbe potuto reggere di fronte a un’azione a tenaglia quale quella rappresentata da un lato da continui tagli di trasferimenti non compensati da effettiva maggiore capacità fiscale e dall’altro dall’armonizzazione contabile”. È qui che il discorso diventa nazionale, se è vero che l’assessore al bilancio di una città in ottima salute e non adusa a piagnistei come Milano ha recentemente affermato “il governo vuole trasformare i Comuni del Nord in questuanti, mendicanti che devono bussare alle porte del governo per sbarcare il lunario” E analoghi giudizi vengono espressi da altre città.

Manca un pensiero serio sulle autonomie locali e in primo luogo di quelle dei comuni, perché le regioni nient’altro sono che neocentralismo simile a quello dello Stato. Bisogna battersi per un ripensamento profondo della struttura delle autonomie locali e in particolare della struttura finanziaria che diventi coerente con la Costituzione, con l’impostazione federalista e con la necessità di ristabilire a livello dei comuni il binomio autonomia-responsabilità.

Tutto ciò diventa sempre importante e urgente mentre, nel silenzio e nell’indifferenza dei più, sul paese incombe una nuova minaccia che può sfociare in una autentica catastrofe istituzionale. Mi riferisco a quella che viene chiamata “L’autonomia regionale differenziata” e che è stata più correttamente definita: la secessione dei ricchi e la fine dell’unità nazionale”.

Questa catastrofe istituzionale si muove verso l’abbandono definitivo del Sud, lo spezzettamento della scuola pubblica italiana, la fine del Servizio Sanitario Nazionale, la creazione di cittadini con diritti di cittadinanza di serie A e di serie B a seconda delle regioni in cui vivono.

Personalmente lancio su questo tema delle autonomie locali e della necessità di una istituzionalmente corretta finanza locale, un grande grido d’allarme. Ma non so verso chi lanciarlo considerata l’irresponsabilità delle forze di governo, l’inconsistenza delle presunte opposizioni e l’indifferenza dei cittadini, degli intellettuali, della stampa, delle Università. Con chi parlare seriamente di questa cosa?

Non ci resta che la speranza cristiana come diceva Don Sturzo.

                                                                                                Marco Vitale

Palermo, 2 febbraio 2019

ALL./ Del Decentramento Amministrativo Aprile 1894